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Alzheimer immunoterapia

Immunoterapie per la malattia di Alzheimer


Dalla ricerca alla pratica clinica


Nella malattia di Alzheimer il precoce accumulo di peptide beta-amiloide, insieme alla formazione e precipitazione della proteina tau iperfosforilata in grovigli neurofibrillari, rappresenta la firma patognomonica del processo neurodegenerativo e ne costituisce il nucleo biologico caratteristico. Pur non essendo l’unico determinante della cascata patogenetica, l’amiloide svolge certamente un ruolo essenziale nell’innescare e modulare questi eventi tau-correlati, che a loro volta si associano più direttamente alla progressione clinica della malattia.

Dalle prime vaccinazioni agli anticorpi monoclonali

Il primo tentativo clinico rilevante risale al vaccino AN1792 (immunizzazione attiva con peptide Aβ42). Un trial di fase I fu avviato nel dicembre 1999 (circa 80 pazienti). Successivamente, nell’ottobre 2001, partì uno studio di fase IIa, interrotto nel gennaio 2002 dopo la comparsa di meningoencefalite in 18 pazienti su 300 (6%). Nonostante l’interruzione, il follow-up fornì segnali biologici importanti (riduzione delle placche alla neuropatologia e, nei responder, possibile attenuazione del declino funzionale), ponendo le basi per approcci successivi più mirati e con maggiore controllo di dose e sicurezza.

Immunizzazione attiva e passiva: due strategie

In sintesi, gli approcci immunoterapici nell’Alzheimer possono essere distinti in:

Immunizzazione attiva: vaccini (es. AN1792, CAD106, ACI-24) che stimolano la produzione endogena di anticorpi anti-Aβ. AN1792 è stato sospeso per meningoencefalite; i candidati successivi hanno migliorato la sicurezza, ma con efficacia clinica finora limitata o variabile.

Immunizzazione passiva: somministrazione di anticorpi monoclonali (mAb) preformati, che consente titolazione della dose, maggiore prevedibilità e monitoraggio strutturato della sicurezza. È l’approccio che ha prodotto le evidenze cliniche più solide.

In parallelo, si è esteso l’interesse verso la proteina tau, la cui deposizione correla più strettamente con la gravità clinica. Immunoterapie anti-tau e strategie combinate rappresentano una frontiera in sviluppo.

Tre generazioni di anticorpi anti-amiloide

Lo sviluppo dei mAb anti-Aβ può essere schematizzato in tre fasi:

Prima generazione: anticorpi diretti contro forme solubili o placche mature (es. solanezumab, bapineuzumab). Riduzioni amiloidi modeste o inconsistenti e assenza di beneficio clinico convincente.

Seconda generazione: maggiore affinità per aggregati e ottimizzazione della porzione Fc (es. gantenerumab, crenezumab). Migliore rimozione in alcuni studi, ma risultati clinici ancora limitati o negativi.

Terza generazione: maggiore selettività per specie aggregate/protofibrillari o epitopi specifici (es. lecanemab, donanemab). Clearance amiloide robusta e rallentamento clinico statisticamente significativo, con rischio ARIA che richiede monitoraggio.

Meccanismo d’azione (mAb di terza generazione)

I mAb anti-amiloide agiscono attraverso meccanismi in parte sovrapposti: opsonizzazione delle placche e fagocitosi microgliale mediata da recettori Fcγ; neutralizzazione di specie solubili tossiche (in particolare protofibrille per lecanemab); possibile facilitazione dell’efflusso e della degradazione di Aβ; e, in alcuni contesti, attivazione del complemento che contribuisce alla clearance. L’entità e la velocità della rimozione amiloide sono però anche correlate al rischio di ARIA.

Aducanumab: una lezione regolatoria

Aducanumab è stato approvato dalla FDA nel 2021 tramite percorso accelerato, ma con un rapporto beneficio-rischio ampiamente dibattuto e senza un chiaro consenso su un beneficio clinico significativo. L’EMA non lo ha approvato e lo sviluppo/commercializzazione sono stati poi interrotti. La vicenda ha rafforzato l’esigenza di standard rigorosi e trasparenza nella valutazione di farmaci modificanti la malattia.

Lecanemab (Leqembi): primo mAb anti-amiloide autorizzato nell’Unione Europea

Nello studio di fase III Clarity AD (18 mesi), lecanemab ha mostrato:

Riduzione del carico amiloide: nel braccio lecanemab -55,48 Centiloid vs +3,64 nel placebo; differenza trattamento-placebo -59,1 Centiloid (p<0,001).

Rallentamento del declino cognitivo-funzionale del 27% vs placebo su CDR-SB (differenza -0,45 punti; p<0,001).

Miglioramenti significativi anche su endpoint secondari (ADAS-Cog14, ADCOMS, ADCS-MCI-ADL).

I dati dell’estensione in aperto (OLE) fino a 36 mesi suggeriscono un mantenimento del beneficio, ma vanno interpretati con prudenza: il confronto è stato condotto rispetto a una coorte osservazionale esterna (ADNI) e non contro un braccio placebo randomizzato, con possibili bias di selezione e confondimento.

Delta CDR-SB di circa 0,95 punti rispetto al declino atteso nella coorte ADNI (con limiti metodologici intrinseci).

Riduzione del rischio relativo di progressione allo stadio successivo (HR 0,72; IC 95%: 0,59-0,87).

Segnali favorevoli su tau, neuroinfiammazione e biomarcatori di neurodegenerazione (pTau217, MTBR-tau243).

Profilo di sicurezza senza nuovi segnali, con ARIA prevalentemente nei primi 6 mesi.

Il percorso regolatorio europeo di Lecanemab è stato articolato: il 25 luglio 2024 il CHMP dell’EMA ha espresso parere negativo. Dopo richiesta di riesame e dati addizionali, il CHMP ha emesso parere positivo (novembre 2024). Nel gennaio 2025 la Commissione Europea ha richiesto un ulteriore riesame su dati di sicurezza; il 28 febbraio 2025 il CHMP ha riconfermato il parere positivo. L’autorizzazione all’immissione in commercio nell’UE è stata concessa il 15 aprile 2025.

In Italia, AIFA ha collocato Lecanemab in Classe C(nn) (farmaco non negoziato) in attesa della definizione di prezzo e rimborsabilità. Alcuni centri hanno avviato l’utilizzo in contesti controllati; ad esempio, l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano ha iniziato la somministrazione da settembre 2024 nell’ambito di programmi gestiti in ambiente specialistico.

Donanemab (Kisunla): efficacia e trattamento a durata definita

Nello studio TRAILBLAZER-ALZ 2, donanemab ha mostrato un rallentamento clinico significativo, con effetti più pronunciati nella popolazione con tau basso/medio:Nella popolazione tau basso/medio: rallentamento del 35,1% su iADRS e del 36% su CDR-SB.Nella popolazione combinata (basso/medio + alto tau): rallentamento del 22,3% su iADRS e del 28,9% su CDR-SB.Nella popolazione tau basso/medio, circa l’80% ha raggiunto negatività amiloide alla PET, definita come <24,1 Centiloid (cutoff pre-specificato), consentendo l’interruzione della somministrazione.

Il percorso regolatorio europeo è stato complesso: dopo un primo parere negativo nel marzo 2025, il riesame ha portato a un parere positivo nel luglio 2025, principalmente attraverso una restrizione della popolazione eleggibile (esclusione degli omozigoti ApoE ε4) e misure di minimizzazione del rischio (programma di accesso controllato e RM seriali), non per una modifica del regime posologico. L’autorizzazione UE è stata concessa il 24 settembre 2025. Una peculiarità clinica è la durata definita del trattamento fino alla clearance amiloide. In Italia AIFA lo ha inserito, come gli altri nuovi anticorpi anti‑amiloide, in classe C(nn) subito dopo l’autorizzazione europea, con avvio del negoziato per prezzo e rimborsabilità secondo il nuovo regolamento HTA e le procedure descritte nel rapporto “Horizon Scanning 2025”, per cui la decisione su fascia di rimborso e condizioni prescrittive (probabile uso di registri AIFA e centri qualificati) è tuttora in corso.

Efficacia a confronto: cosa significa in pratica

Un confronto diretto tra lecanemab e donanemab richiede cautela per differenze tra popolazioni, criteri di inclusione (in particolare tau) ed endpoint. In pratica clinica, il bilancio beneficio-rischio dipende dallo stadio di malattia, dal profilo vascolare e dal genotipo ApoE ε4.

Beneficio clinico: statisticamente significativo ma di entità moderata; va discusso in termini di obiettivi realistici per paziente e caregiver.

Durata: donanemab può essere a durata definita (fino a negatività amiloide); lecanemab è concepito per trattamento continuativo.

Sicurezza: la rapidità di clearance sembra associarsi a un rischio maggiore di ARIA in Donanemab; la selezione del candidato, il monitoraggio RM e la gestione multidisciplinare sono centrali.

ARIA: l’evento avverso chiave

Le Amyloid-Related Imaging Abnormalities (ARIA) sono alterazioni rilevabili alla RM e rappresentano il principale limite di sicurezza dei mAb anti-amiloide:

ARIA-E: edema/effusione (edema vasogenico).

ARIA-H: microemorragie e siderosi superficiale.

I meccanismi proposti includono alterazione della barriera emato-encefalica, risposta infiammatoria e un quadro simile alla CAA-ri. Spesso gli ARIA sono asintomatici e si risolvono spontaneamente; quando sintomatici possono manifestarsi con cefalea, confusione, nausea o vertigini, e più raramente con convulsioni o encefalopatia.

Fattori che aumentano il rischio includono:

Genotipo ApoE ε4: rischio nettamente più alto negli omozigoti. In Clarity AD, le percentuali di ARIA-E sono state 32,6% negli omozigoti, 10,9% negli eterozigoti e 5,4% nei non-carrier; ARIA complessiva include anche ARIA-H.

Dose e fase iniziale del trattamento: maggiore incidenza nelle prime somministrazioni.

Velocità di clearance amiloide: rimozione più rapida correlata a rischio maggiore.

Un caso clinico emblematico ha descritto il decesso di un paziente ApoE ε4 omozigote trattato con lecanemab che, dopo un ictus, ha ricevuto trombolisi con t-PA e ha sviluppato multiple emorragie intracraniche; la neuropatologia ha evidenziato angiopatia amiloide cerebrale e vasculite. Il caso sottolinea la necessità di protocolli chiari per emergenze neurovascolari e di una valutazione rigorosa del rischio.

Eleggibilità e programma di accesso controllato (CAP)

Secondo l’indicazione autorizzata dall’EMA, il trattamento è destinato a:

Adulti con decadimento cognitivo lieve (MCI) o demenza lieve dovuti ad Alzheimer.

Conferma di patologia amiloide (PET o biomarcatori nel liquido cerebrospinale).

Pazienti ApoE ε4 non-carrier o eterozigoti (esclusi gli omozigoti).

RM cerebrale basale recente (entro 6 mesi), senza reperti suggestivi di elevato rischio emorragico/CAA.

Assenza di terapia anticoagulante in corso (secondo indicazioni e protocolli di sicurezza).

Il CAP richiede registrazione degli operatori e dei pazienti, materiale educazionale, e monitoraggio RM seriale. La somministrazione deve avvenire in ambiente idoneo, sotto supervisione di neurologi esperti e con accesso tempestivo alla neuroradiologia.

Scenario italiano: sfide organizzative

In Italia si stimano circa 1,2 milioni di persone con demenza, di cui circa 700.000 con Alzheimer e circa 950.000 con deterioramento cognitivo lieve. Nel contesto UE/Italia, la negoziazione di prezzo e rimborsabilità è in corso; i listini USA (circa 26.500 dollari/anno per lecanemab e 32.000 dollari/anno per donanemab) non sono direttamente trasferibili al contesto europeo e vanno intesi come riferimento statunitense. Una parte rilevante del costo deriva inoltre dal monitoraggio RM e dall’organizzazione di percorsi dedicati.

Per garantire equità di accesso servono: potenziamento della diagnosi precoce, disponibilità omogenea di biomarcatori (inclusi quelli plasmatici, quando validati), e formazione dei professionisti alla gestione di terapie complesse con protocolli di sicurezza condivisi.

Prospettive

Le immunoterapie anti-amiloide rappresentano un avanzamento significativo ma non risolutivo. Le principali direttrici future includono:

Terapie combinate (anti-amiloide + anti-tau e/o anti-neuroinfiammazione).

Target alternativi e interventi a monte del processo neurodegenerativo.

Riduzione degli eventi avversi tramite selezione basata su rischio vascolare e genetico e ottimizzazione dei protocolli RM.

Ottimizzazione dei tempi: strategie a durata definita (come con donanemab) e schemi più sostenibili.

Medicina di precisione basata su profilo genetico, carico di tau e stadio clinico.

Conclusioni

L’autorizzazione nell’Unione Europea di lecanemab (15 aprile 2025) e donanemab (24 settembre 2025) segna un cambio di paradigma: per la prima volta sono disponibili terapie che incidono sul processo patogenetico e non solo sui sintomi. Il beneficio clinico è in media moderato e richiede comunicazione trasparente, selezione rigorosa dei candidati e monitoraggio strutturato del rischio ARIA. Il valore reale di queste terapie dipenderà dalla capacità di integrarle in percorsi organizzati, equi e sostenibili, con un approccio di medicina di precisione.

Articolo basato sulla presentazione del 11 gennaio 2025 presso l’Ospedale Niguarda di Milano (“Immunoterapie per la malattia di Alzheimer”) del Dr. Luigi Giovanni Manfredi, con aggiornamenti allo stato dell’arte a febbraio 2026.

Fonti

[1] Malattia di Alzheimer, le ultime novità su donanemab e… https://neuroinfo.it/speciale/neurodegenerative/malattia-di-alzheimer-le-ultime-novita-su-donanemab-e-lecanemab/

[2] The Lecanemab Clarity AD Open-Label Extension in Early Alzheimer’s Disease (P1-3.003) | Neurology https://www.neurology.org/doi/10.1212/WNL.0000000000211489

[3] Lecanemab nei pazienti con Alzheimer lieve, benefici… https://www.doctor33.it/articolo/64118/lecanemab-nei-pazienti-con-alzheimer-lieve-benefici-sostenuti-per-36-mesi

[4] Lecanemab approved in Europe for the treatment of early-… https://www.gsdinternational.com/news/alzheimer-s-lecanemab-approved-in-europe-for-the-treatment-of-early-stage-disease

[5] EU Commission approves Leqembi for treatment of Alzheimer https://www.eanpages.org/2025/04/17/eu-commission-approves-leqembi-lecanemab-for-treatment-of-early-stage-alzheimers-disease/

[6] Alzheimer: approvato in Europa il primo farmaco per le fasi iniziali https://www.doctor33.it/articolo/64160/alzheimer-approvato-in-europa-il-primo-farmaco-per-le-fasi-iniziali

[7] Gazzetta n. 165 del 18 luglio 2025 – AGENZIA ITALIANA DEL… http://www.gazzettaufficiale.biz/atti/2025/20250165/25A04004.htm

[8] EMA approves marketing authorization for donanemab for… – BBRC https://www.barcelonabeta.org/en/news/news/ema-approves-marketing-authorization-donanemab-early-stage-alzheimers-treatment

[9] European commission grants a marketing authorisation for anti… https://www.alzheimer-europe.org/news/european-commission-grants-marketing-authorisation-anti-amyloid-drug-donanemab?language_content_entity=en

[10] The EMA issues a negative opinion on the authorization of… https://www.barcelonabeta.org/en/news/news/ema-issues-negative-opinion-authorization-donanemab-treatment-alzheimers-disease

[11] Alzheimer: la strategia dell’Agenzia italiana del farmaco… https://www.aboutpharma.com/sanita-e-politica/alzheimer-la-strategia-dellagenzia-italiana-del-farmaco-per-gestire-le-nuove-terapie-in-arrivo/

[12] ecco l’onda dei nuovi medicinali approvati dall’EMA https://www.aifa.gov.it/-/l-onda-dei-nuovi-medicinali-approvati-da-ema

[13] Alzheimer: ricerca, prospettive e strategie di cura https://www.aifa.gov.it/-/alzheimer-ricerca-prospettive-e-strategie-di-cura

[14] Alzheimer, ok dell’Ema all’autorizzazione di donanemab in fase… https://www.farmacista33.it/farmaci/31629/alzheimer-ok-dell-ema-all-autorizzazione-di-donanemab-in-fase-precoce.html

[15] “Rischi gravi e costi alti degli anticorpi monoclonali… https://www.alzheimer-riese.it/contributi-dal-mondo/ricerche/11941-rischi-gravi-e-costi-alti-degli-anticorpi-monoclonali-possono-superare-i-benefici-nell-alzheimer

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Demenze

I biomarcatori plasmatici nella malattia di Alzheimer

I biomarcatori plasmatici stanno emergendo come strumenti promettenti per la diagnosi precoce e il monitoraggio della malattia di Alzheimer, offrendo un approccio meno invasivo rispetto alle tecniche tradizionali. Secondo recenti studi, questi marcatori biologici nel sangue potrebbero rilevare cambiamenti associati all’Alzheimer anni prima della comparsa dei sintomi, aprendo nuove possibilità per interventi tempestivi e personalizzati

L’importanza della proteina plasmatica P-tau181

La proteina tau fosforilata in treonina 181 (p-tau181) nel plasma sanguigno sta emergendo come un biomarcatore altamente specifico e promettente per la malattia di Alzheimer. Diversamente da altri marcatori, la p-tau181 plasmatica rimane a livelli normali in altre forme di demenza, rendendola particolarmente utile per la diagnosi differenziale [1]. Studi recenti hanno dimostrato che l’accumulo di tau nel cervello, valutato attraverso la PET, è un predittore più affidabile del declino cognitivo a breve termine rispetto ad altri biomarcatori come la beta-amiloide [2]. Inoltre, nei pazienti con probabile demenza a corpi di Lewy, il dosaggio plasmatico di p-tau181 può fornire informazioni preziose sul declino cognitivo [3]. Questi risultati suggeriscono che la p-tau181 plasmatica potrebbe diventare uno strumento diagnostico chiave, offrendo un metodo meno invasivo e più accessibile per la diagnosi precoce e il monitoraggio della progressione dell’Alzheimer.

Fonti:

Ereditarietà dei marcatori plasmatici

I biomarcatori plasmatici dell’Alzheimer mostrano una significativa componente ereditaria, secondo uno studio recente condotto su 418 coppie di gemelli maschi. La ricerca ha rivelato che i fattori genetici influenzano tra il 44% e il 52% della concentrazione delle proteine Aβ40, Aβ42, tau totale (t-tau) e neurofilamento leggero (NfL) nel sangue [1]. Tuttavia, il rapporto Aβ42/Aβ40 sembra essere principalmente determinato da fattori ambientali non condivisi (88%). Questi risultati supportano l’ipotesi di una base genetica per i marcatori plasmatici dell’Alzheimer, evidenziando al contempo l’importanza dei fattori ambientali. Tale scoperta potrebbe avere implicazioni significative per la comprensione dei meccanismi della malattia e per lo sviluppo di strategie diagnostiche e terapeutiche personalizzate.

Fonti: Ereditabilità dei biomarcatori plasmatici di malattia di Alzheimer https://www.centroalzheimer.org/ereditabilita-dei-biomarcatori-plasmatici-di-malattia-di-alzheimer/

Vantaggi dei biomarcatori plasmatici rispetto ai biomarcatori liquorali

I biomarcatori plasmatici offrono diversi vantaggi rispetto a quelli liquorali nella diagnosi e nel monitoraggio della malattia di Alzheimer. Mentre l’esame del liquor cerebrospinale rimane attualmente il metodo più affidabile per rilevare i biomarcatori [1], i test ematici risultano meno invasivi, più economici e più facilmente ripetibili [2]. Questo li rende particolarmente adatti per lo screening su larga scala e per il monitoraggio longitudinale della progressione della malattia. Inoltre, la semplicità di prelievo del sangue rispetto alla puntura lombare necessaria per il liquor potrebbe aumentare l’accettabilità da parte dei pazienti, facilitando diagnosi più precoci e un follow-up più regolare [3] [2]. Tuttavia, è importante notare che la ricerca sui biomarcatori plasmatici è ancora in corso e la loro validazione clinica richiede ulteriori studi per confermare la loro accuratezza diagnostica e prognostica [4].

Fonti:

https://www.roche.it/storie/biomarcatori-cambiare-il-modo-in-cui-viene-diagnosticata-la-malattia-di-alzheimer

Conclusioni

I biomarcatori plasmatici rappresentano un importante passo avanti nella diagnosi e nel monitoraggio della malattia di Alzheimer, offrendo un approccio meno invasivo e più accessibile rispetto ai metodi tradizionali. In particolare, la proteina tau fosforilata 217 (p-tau217) si è dimostrata altamente accurata nell’identificare la patologia amiloide e tau, con prestazioni paragonabili ai biomarcatori del liquor cerebrospinale [1]. Questi marcatori potrebbero consentire una diagnosi precoce, anche anni prima della comparsa dei sintomi, aprendo nuove possibilità per interventi tempestivi [2]. Tuttavia, nonostante i promettenti risultati, è importante sottolineare che l’uso dei biomarcatori plasmatici nella pratica clinica richiede ulteriori validazioni su gruppi di soggetti ampi e diversificati prima di poter essere implementato su larga scala [2].

Fonti:

(1) Utilità della tau fosforilata 217 plasmatica nella malattia di Alzheimer https://neurologiaitaliana.it/2024/utilita-della-tau-fosforilata-217-plasmatica-nella-malattia-di-alzheimer/

(2) Biomarcatori: cambiare il modo in cui viene diagnosticata la malattia https://www.roche.it/storie/biomarcatori-cambiare-il-modo-in-cui-viene-diagnosticata-la-malattia-di-alzheimer

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Demenze

Demenze: terapie farmacologiche e riabilitazione cognitiva

DEMENZE, TERAPIE E RIABILITAZIONE

Il termine demenza si riferisce ad una serie di sintomi riscontrabili in alcune malattie dove vi è una perdita di cellule cerebrali. Tale perdita è un processo naturale dell’invecchiamento ma nelle malattie che conducono alla demenza si verifica con un ritmo così veloce da impedire al cervello di funzionare normalmente.

La “demenza” comporta l’alterazione progressiva di alcune funzioni cognitive: memoria, ragionamento, linguaggio, capacità di orientarsi, di svolgere compiti motori complessi e, inoltre, alterazioni della personalità e del comportamento. Per essere considerate sintomi di demenza queste alterazioni devono essere di una severità tale da determinare una significativa riduzione nella capacità di svolgere le comuni attività della vita quotidiana.


La demenza può essere causata da diverse malattie. Tra le più frequenti ci sono: la malattia di Alzheimer che rappresenta il 50-60% dei casi, la malattia a corpi di Lewy, la demenza frontotemporale, la demenza vascolare e la rara malattia di Creutzfeldt-Jakob. I più frequenti sintomi iniziali di demenza sono:
• perdita di memoria,
• alterazione della personalità,
• scarsa capacità di giudizio e di controllo degli impulsi,
• confusione o disorientamento,
• depressione, convinzioni deliranti o ansia,
• diminuzione dell’iniziativa, apatia,
• deterioramento delle capacità intellettive,
• comportamenti ossessivi.

Le demenze come problema sociale

Le demenze sono un problema di salute pubblica molto rilevante, con un importante impatto sui milioni di persone che ne sono affette e sulle loro famiglie. Circa il 3% degli uomini e delle donne di età compresa tra 65 e 74 anni è affetto da demenza. Tuttavia, a partire dai 65 anni, la percentuale raddoppia ogni dieci anni. Pertanto nelle persone di oltre 85 anni la proporzione è compresa tra il 25 e il 35%. È inoltre evidente che l’invecchiamento della popolazione nel mondo comporterà un aumento del numero di persone affette da questa malattia. Questa patologia coinvolge poco meno di un milione di italiani, ma questo numero è destinato a raddoppiare entro il 2050, per l’effetto combinato della maggiore aspettativa di vita e del miglioramento dello stato di salute della popolazione generale. La spesa totale annua per il sostegno ai malati con demenza ammonta oggi, in Italia, a poco meno di 50 miliardi di euro, due terzi dei quali sostenuti (come costi indiretti) dalle reti familiare.

La malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer è progressiva, insorge subdolamente in genere con disturbi di memoria e può durare anche molti anni. Per ogni persona ammalata c’è almeno un familiare (caregiver) impegnato nell’insostituibile ma molto faticoso compito di assistenza e cura. L’assistenza socio-sanitaria delegherà sempre di più all’assistenza domiciliare la presa in carico del malato e dei suoi bisogni, sempre diversi, nella loro progressione.
Ad oggi le cause di questa malattia sono sconosciute e non esiste nessuna cura che permetta di guarire o di arrestarne la progressione. Tuttavia esistono diverse terapie farmacologiche e non farmacologiche che servono a mantenere più a lungo possibile l’autonomia delle persone affette.

Le terapie farmacologiche

La scoperta che l’acetilcolina è deficitaria nel cervello dei malati di Alzheimer ha condotto alla possibilità di compensare questo deficit con i farmaci. Perciò, inibendo l’enzima che distrugge l’acetilcolina (colinesterasi), si mantiene nel cervello una più elevata concentrazione di acetilcolina e si aumenta la possibilità di comunicazione tra le cellule nervose. Negli ultimi anni sono stati ottenuti alcuni risultati in particolare con dei farmaci, noti con il nome di inibitori delle colinesterasi (donepezil, rivastigmina e galantamina). Esiste oggi la possibilità di alleviare i sintomi cognitivi dei pazienti nelle fasi iniziali e intermedie della malattia, ma non possiamo ancora ritardare la comparsa della malattia o rallentarne la progressione per lunghi periodi.

Le terapie non farmacologiche

In questi ultimi anni la delusione per i risultati ottenuti con la terapia farmacologica ha indirizzato l’attenzione dei ricercatori sulle terapie non farmacologiche delle demenze. Gli studi sugli animali e gli studi di neuro immagini funzionali cerebrali sull’ uomo hanno permesso di meglio comprendere le basi biologiche della riabilitazione introducendo il concetto della plasticità cerebrale. Il concetto di plasticità cerebrale, ovvero l’idea che l’organizzazione del sistema nervoso non sia “fissata” alla nascita, ma passibile di modificazioni ci permette di spiegare la tendenza dei deficit neurologici conseguenti a lesione cerebrale a carattere non evolutivo a regredire nel tempo, sia spontaneamente che in seguito a interventi riabilitativi. Evidenze di riorganizzazione dell’ attività neuronale post-lesionale sono state riportate sia nell’animale che nell’uomo. La più recente letteratura ribadisce il concetto che la neuroplasticità non è osservabile solo in caso di lesioni verificatesi nelle fasi di sviluppo cerebrale, ma anche in individui adulti, quindi con sviluppo completato. I meccanismi neurobiologici responsabili sono probabilmente molteplici e comprendono oltre a modificazioni neurofisiologiche anche la crescita di ramificazioni dentritiche e assonali.
Un secondo rilevante concetto riguarda l’importanza del contesto ambientale nel guidare i processi di riorganizzazione funzionale del cervello. I cambiamenti strutturali che si verificano in presenza di una lesione cerebrale o di una deafferentazione sensoriale iniziano e si definiscono a condizione che l’ambiente fornisca un’adeguata e specifica stimolazione volta a compensare i deficit sensoriali motori e cognitivi indotti dalla lesione stessa. Lo sviluppo delle conoscenze nei campi della neurobiologia del recupero e della neuropsicologia cognitiva ha permesso di costituire la base per lo sviluppo di trattamenti non farmacologici teoricamente fondati anche nel campo delle demenze.

La Riabilitazione Cognitiva

La riabilitazione cognitiva o neuropsicologica è una branca della riabilitazione atta a rimediare disturbi della percezione, della memoria, del linguaggio. La riabilitazione cognitiva parte dal presupposto che le capacità neuroplastiche del nostro cervello, presenti dopo la lesione , siano guidabili per ottimizzare il trattamento riabilitativo orientato al raggiungimento del massimo grado possibile di autonomia e di indipendenza attraverso il recupero e/o la compensazione delle abilità cognitive e comportamentali compromesse. Inizialmente questo tipo di approccio è stato riservato a portatori di disturbi cognitivi acquisiti (come per esempio, disturbi di memoria, linguaggio, percezione, attenzione esito di traumi cranici, ictus cerebrale) o a soggetti con disturbi evolutivi (come per esempio dislessia, acalculia, disgrafia, disturbi del linguaggio ed altro ancora). Questo procedimento risulta essere finalizzato, pertanto al miglioramento della qualità della vita del paziente ed al reinserimento dell’individuo nel proprio ambiente familiare e sociale. Negli ultimi anni si sono accumulate prove scientifiche che dimostrano come questo tipo di training possa interagire con il funzionamento del sistema cognitivo, migliorandone le capacità di elaborazione sia in termini quantitativi che qualitativi anche nei soggetti anziani o affetti da deterioramento cognitivo. Ciò ha dato l’avvio allo sviluppo di programmi rivolti a differenti condizioni dell’età anziana: anziani normali; soggetti che presentano gli esiti di una lesione cerebrale focale, come quelle determinate da patologie cerebrovascolari; pazienti affetti da malattie neurodegenerative.

La ginnastica mentale nell’anziano normale

Gli studi sull’invecchiamento hanno evidenziato che l’avanzare del tempo determina una riduzione fisiologica di alcune capacità mentali, come la memoria per eventi recenti, oppure una minore flessibilità cognitiva nell’utilizzo di strategie di soluzione di problemi: i programmi di ginnastica mentale hanno in questo caso lo scopo di mantenere e potenziare quelle capacità mnesico-cognitive che, pur essendo statisticamente normali per l’età, sono indebolite e sono percepite negativamente dalla persona anziana.

La riabilitazione cognitiva nelle patologie non progressive

Le malattie cerebrovascolari, la cui frequenza aumenta con l’aumentare dell’età, possono dare luogo a patologie acute, come le ischemie cerebrali, che provocano un danno di aree cerebrali circoscritte, con conseguenti disturbi neuropsicologici selettivi: l’afasia, l’aprassia, i deficit visuo-spaziali, i disturbi dell’attenzione, etc. In questo caso si parla propriamente di programmi di riabilitazione cognitiva, che sono mirati alla funzione danneggiata e che hanno lo scopo di recuperare il deficit o compensarlo.

La riabilitazione cognitiva nelle demenze

Nella Malattia di Alzheimer e nelle altre demenze il decadimento cognitivo va incontro ad una progressiva evoluzione negativa, perché la patologia neurologica intacca aree cerebrali via via più ampie. In questo caso, dunque, il termine “riabilitazione” non porta il significato classico di ripristino di una funzione danneggiata, ma assume un senso più ampio di rallentamento della progressione dei disturbi e di mantenimento, il più a lungo possibile, dell’autonomia personale, con la conseguenza di un adeguato livello di qualità di vita, in primo luogo per il paziente, ma anche per le persone che lo circondano.
In questo tipo di patologie, inoltre, la presenza di disturbi cognitivi e di patologie internistiche associate può determinare un ritiro sociale della persona, la sospensione precoce di molte attività della vita quotidiana che potrebbero essere ancora svolte dal soggetto, anche se con maggiore lentezza o con la supervisione di un’altra persona. Questi aspetti possono determinare l’insorgenza di disabilità secondarie, dovute all’impoverimento dell’ambiente sociale e degli stimoli. L’espressione clinica dei deficit cognitivi può dunque essere migliorata in modo indiretto, con un arricchimento dell’ambiente che riduca il peso della disabilità secondaria.
Luigi Manfredi