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Demenze

I biomarcatori plasmatici nella malattia di Alzheimer

I biomarcatori plasmatici stanno emergendo come strumenti promettenti per la diagnosi precoce e il monitoraggio della malattia di Alzheimer, offrendo un approccio meno invasivo rispetto alle tecniche tradizionali. Secondo recenti studi, questi marcatori biologici nel sangue potrebbero rilevare cambiamenti associati all’Alzheimer anni prima della comparsa dei sintomi, aprendo nuove possibilità per interventi tempestivi e personalizzati

L’importanza della proteina plasmatica P-tau181

La proteina tau fosforilata in treonina 181 (p-tau181) nel plasma sanguigno sta emergendo come un biomarcatore altamente specifico e promettente per la malattia di Alzheimer. Diversamente da altri marcatori, la p-tau181 plasmatica rimane a livelli normali in altre forme di demenza, rendendola particolarmente utile per la diagnosi differenziale [1]. Studi recenti hanno dimostrato che l’accumulo di tau nel cervello, valutato attraverso la PET, è un predittore più affidabile del declino cognitivo a breve termine rispetto ad altri biomarcatori come la beta-amiloide [2]. Inoltre, nei pazienti con probabile demenza a corpi di Lewy, il dosaggio plasmatico di p-tau181 può fornire informazioni preziose sul declino cognitivo [3]. Questi risultati suggeriscono che la p-tau181 plasmatica potrebbe diventare uno strumento diagnostico chiave, offrendo un metodo meno invasivo e più accessibile per la diagnosi precoce e il monitoraggio della progressione dell’Alzheimer.

Fonti:

Ereditarietà dei marcatori plasmatici

I biomarcatori plasmatici dell’Alzheimer mostrano una significativa componente ereditaria, secondo uno studio recente condotto su 418 coppie di gemelli maschi. La ricerca ha rivelato che i fattori genetici influenzano tra il 44% e il 52% della concentrazione delle proteine Aβ40, Aβ42, tau totale (t-tau) e neurofilamento leggero (NfL) nel sangue [1]. Tuttavia, il rapporto Aβ42/Aβ40 sembra essere principalmente determinato da fattori ambientali non condivisi (88%). Questi risultati supportano l’ipotesi di una base genetica per i marcatori plasmatici dell’Alzheimer, evidenziando al contempo l’importanza dei fattori ambientali. Tale scoperta potrebbe avere implicazioni significative per la comprensione dei meccanismi della malattia e per lo sviluppo di strategie diagnostiche e terapeutiche personalizzate.

Fonti: Ereditabilità dei biomarcatori plasmatici di malattia di Alzheimer https://www.centroalzheimer.org/ereditabilita-dei-biomarcatori-plasmatici-di-malattia-di-alzheimer/

Vantaggi dei biomarcatori plasmatici rispetto ai biomarcatori liquorali

I biomarcatori plasmatici offrono diversi vantaggi rispetto a quelli liquorali nella diagnosi e nel monitoraggio della malattia di Alzheimer. Mentre l’esame del liquor cerebrospinale rimane attualmente il metodo più affidabile per rilevare i biomarcatori [1], i test ematici risultano meno invasivi, più economici e più facilmente ripetibili [2]. Questo li rende particolarmente adatti per lo screening su larga scala e per il monitoraggio longitudinale della progressione della malattia. Inoltre, la semplicità di prelievo del sangue rispetto alla puntura lombare necessaria per il liquor potrebbe aumentare l’accettabilità da parte dei pazienti, facilitando diagnosi più precoci e un follow-up più regolare [3] [2]. Tuttavia, è importante notare che la ricerca sui biomarcatori plasmatici è ancora in corso e la loro validazione clinica richiede ulteriori studi per confermare la loro accuratezza diagnostica e prognostica [4].

Fonti:

https://www.roche.it/storie/biomarcatori-cambiare-il-modo-in-cui-viene-diagnosticata-la-malattia-di-alzheimer

Conclusioni

I biomarcatori plasmatici rappresentano un importante passo avanti nella diagnosi e nel monitoraggio della malattia di Alzheimer, offrendo un approccio meno invasivo e più accessibile rispetto ai metodi tradizionali. In particolare, la proteina tau fosforilata 217 (p-tau217) si è dimostrata altamente accurata nell’identificare la patologia amiloide e tau, con prestazioni paragonabili ai biomarcatori del liquor cerebrospinale [1]. Questi marcatori potrebbero consentire una diagnosi precoce, anche anni prima della comparsa dei sintomi, aprendo nuove possibilità per interventi tempestivi [2]. Tuttavia, nonostante i promettenti risultati, è importante sottolineare che l’uso dei biomarcatori plasmatici nella pratica clinica richiede ulteriori validazioni su gruppi di soggetti ampi e diversificati prima di poter essere implementato su larga scala [2].

Fonti:

(1) Utilità della tau fosforilata 217 plasmatica nella malattia di Alzheimer https://neurologiaitaliana.it/2024/utilita-della-tau-fosforilata-217-plasmatica-nella-malattia-di-alzheimer/

(2) Biomarcatori: cambiare il modo in cui viene diagnosticata la malattia https://www.roche.it/storie/biomarcatori-cambiare-il-modo-in-cui-viene-diagnosticata-la-malattia-di-alzheimer

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Alzheimer Demenze Memoria

Le cause di perdita di memoria nelle persone anziane

I pazienti anziani che hanno difficoltà di memoria possono avere la malattia di Alzheimer, oppure possono avere un’altra condizione patologica con sintomi simili. Demenza è un termine usato per descrivere un declino delle capacità mentali, inclusa la memoria, il linguaggio, ed il pensiero logico, abbastanza grave da influenzare la vita quotidiana del paziente. Quando le persone anziane iniziano ad avere questi tipi di sintomi, spesso si preoccupano e pensano di avere la malattia di Alzheimer. La malattia di Alzheimer è una demenza neurodegenerativa, il che significa che la demenza provoca la perdita di tessuto cerebrale e non è reversibile. La demenza vascolare è un altro tipo di demenza, causato da uno scarso afflusso sanguigno al cervello, e anche questa non è reversibile. Demenza da malattia di Alzheimer e demenza vascolare possono anche manifestarsi insieme.

Quali altre condizioni patologiche danno gli stessi sintomi della demenza neurodegenerativa?

Molte condizioni diverse dalla malattia di Alzheimer o dalla demenza vascolare possono influenzare la memoria, il linguaggio e il pensiero logico di una persona. Alcune di queste condizioni possono essere temporanee e altre sono invece permanenti. Quando una persona viene valutata per problemi di memoria o per problemi cognitivi correlati, dovrebbero essere considerate una serie di altre condizioni come possibili cause. Il delirio è una delle cause possibili, e può essere correlato agli effetti collaterali dei farmaci, all’uso di droghe, alle tossine, a disturbi del sistema endocrino come ipotiroidismo o problemi metabolici come l’iponatriemia. Altre possibili cause includono la depressione; i disturbi del sonno; gli effetti collaterali dei farmaci; la perdita dell’udito e della vista; le carenze in nutrienti come vitamina B12, acido folico e tiamina; l’ abuso cronico di alcol; l’ idrocefalo normoteso; le infezioni croniche come neurosifilide o HIV/AIDS; la presenza masse cerebrali; l’ ematoma subdurale; le encefalite autoimmune; e la vasculite cerebrale.

Valutazione per demenza e cause reversibili di demenza

Ai pazienti valutati per perdita di memoria e difficoltà con il linguaggio e con il pensiero logico vengono poste domande su quando si sono accorti per la prima volta di questi loro sintomi, su quanto siano gravi i sintomi e come i sintomi influenzino le attività quotidiane del paziente. Con il consenso del paziente, il medico può chiedere a familiari e amici cosa hanno osservato in relazione alla memoria, al linguaggio e al pensiero del paziente. L’uso dei farmaci deve sempre essere rivalutato per determinare se i sintomi cognitivi potrebbero essere un effetto collaterale. Dovrebbero essere somministrati test di screening per la depressione, come dovrebbero essere fatti test verbali e scritti per valutare la funzione cognitiva del paziente. Possono essere ottenuti test di laboratorio e neuroimaging del cervello. I pazienti possono essere indirizzati anche ad eseguire valutazioni dell’udito, della vista, test neuropsicologici o valutazione neuropsicologica.

Trattamento

I sintomi di perdita di memoria e difficoltà di linguaggio e deficit cognitivi sono spesso dovuti a demenze neurodegenerative come la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare, che sono molto comuni e incurabili. Le cause reversibili possono essere trattate e dovrebbero essere considerate per i pazienti che hanno difficoltà con la memoria o problemi cognitivi. Ad esempio, la depressione può essere trattata con antidepressivi, la vitamina B12 e l’ormone tiroideo possono essere integrati, e si possono ottenere occhiali e apparecchi acustici. Non si deve mai presumere che un paziente anziano con perdita di memoria abbia la malattia di Alzheimer o un’altra demenza neurodegenerativa senza avere prima considerato le cause reversibili di demenza.

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2760393

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Demenze

I mondi possibili

Questo articolo spiega cosa sono i mondi possibili ed anche in che modo questo concetto possa essere utile a coloro che assistono le persone affette da demenza.

I mondi possibili

Che cos’è un mondo? Che cosa sono i mondi?

Un mondo è un insieme di oggetti, dotati di proprietà e di relazioni che li connettono gli uni con gli altri: proprietà e relazioni che obbediscono a regole e leggi proprie del mondo in questione. In virtù delle leggi proprie di ogni mondo, alcuni mondi sono accessibili da altri mondi, se le reciproche leggi sono compatibili, mentre sono inaccessibili se le rispettive leggi sono incompatibili. Quando un mondo A è accessibile da un mondo B, diciamo che, per B, A è un mondo possibile.

Una delle caratteristiche più importanti che differenzia l’ Homo Sapiens, non solo dagli animali ma anche dalle altri tipologie umane della preisoria (in particolare dai nostri predecessori più vicini come l’ Homo Neandertalensis) è proprio quella di essere in grado di immaginare altri mondi possibili. Le espressioni artistiche che accompagnagno la nostra storia (pittura, scultura, poesia e musica) ne sono la prova più evidente. E’ anche probabile che questa caratteristica abbia giocato una parte fondamentale nel favorire la nostra capacità di adattamento alle condizioni ambientali più dure permettendoci di diventare la specie dominante nel nostro pianeta.  

Le parole ed i mondi possibili

La nozione di mondo possibile ha anche un solido fondamento intuitivo. Il pensare consiste, in larga misura, nel fare ipotesi, e il fare ipotesi implica la costruzione di mondi alternativi al nostro mondo attuale, di mondi del desiderio o dell’orrore in cui mettiamo le immagini di come il mondo potrebbe essere, indipendentemente da com’è. In particolare noi applichiamo la semantica dei mondi possibili agli enunciati che contengono verbi come “credere”, “sapere”, “dubitare”, “temere”, “sperare”. Sono verbi che, nella logica linguistica, introducono atteggiamenti proposizionali differenti che ci dicono l’orientamento del parlante nei confronti dei contenuti proposizionali, espressi dalla frase oggettiva che li completa. “Credo che il Milan passerà il turno alla Champions League”.

La semantica dei mondi possibili si applica anche ai condizionali contro-fattuali. “Se gli uomini nascessero senza orecchie, le fabbriche di cappelli fallirebbero.” “Se Venezia fosse al Polo Nord, le gondole avrebbero i pattini.” Questi enunciati si chiamano contro-fattuali perché l’uso del congiuntivo suggerisce che la situazione descritta nell’antecedente (gli uomini che nascono senza orecchie e Venezia costruita al Polo Nord) è contraria al modo in cui le cose stanno. È falsa nel mondo attuale. Chiunque asserisce una cosa del genere si sbaglia, dice il falso.

Ebbene, l’uso dei mondi possibili consente di evitare giudizi di valore e di verità: afferma infatti che la situazione presentata nell’antecedente, descrive uno stato di cose in mondi possibili, dove Venezia è al Polo Nord, dove tutti gli uomini nascono senza orecchie. Come vedete, ci siamo già immersi nei mondi possibili, anche se non abbiamo ancora definito che cosa sono precisamente, come tenteremo ora di fare.

 Il fenomeno dei salti da un mondo attuale ad altri mondi possibili

Si tratta del fenomeno che chiameremo dei “salti da un mondo a un altro mondo”, più precisamente dei “salti dal mondo attuale a un mondo possibile, o a più di un mondo possibile, a più mondi possibili”.

Un esempio di salto dal mondo attuale ai mondi possibili

Vediamo, intanto, ascoltiamo piuttosto, la trascrizione di alcuni turni verbali di una conversazione raccolta da Emanuela (psicologa) con Carlotta, il 5 marzo 2001, una paziente di oltre settant’anni, ospite di una residenza protetta, con diagnosi di probabile malattia di Alzheimer.

[…] 6. CARLOTTA: Preferito perché ho fatto tre gare e tre le ho vinte.

7. EMANUELA: Ha vinto tre gare.

7. CARLOTTA: Tre gare con il valzer.

8. EMANUELA: Il valzer quello, le piace il valzer viennese.

8. CARLOTTA: Quello lì normale che fanno, allora facevano le gare. Ci mettevamo là tutti in fila e man mano che toccava andava avanti sempre il primo e via e via e via, e poi arriviamo alle votazioni , io ero lì che tremavo.

9. EMANUELA: Chissà che emozione.

9. CARLOTTA: Ero emozionata sì, perché dicevo: “Mah, chissà se ci sarò dentro”, o seconda o terza, ho detto: “Penso di esserci”, e invece (batte le mani) la prima.

10. EMANUELA: E ha vinto qualcosa di bello?

10. CARLOTTA: Sì, mi hanno dato cinquantamila lire.

11. EMANUELA: Madonna mia.

11. CARLOTTA: Mi hanno dato cinquantamila lire, poi c’erano tre bottiglie, una di liquore e due di vino bianco e uno nero, poi c’era il panettone, e poi cosa c’era? Non mi ricordo neanche più. Insomma, è stata una bella serata, bellissima proprio, i miei figli m’han fatto gli onori, eh.

12. EMANUELA: Quindi una bellissima serata, un bellissimo premio.

12. CARLOTTA: Davvero e i miei figli tutti che mi lodavano proprio perché loro che eran più giovani non sono riusciti a fare quello che ho fatto io

L’apertura al mondo possibile consente il va e vieni dal mondo di una volta, circonfuso dalla luce incerta di un frammento di un ricordo, dove Carlotta ballava il valzer e vinceva premi, al tempo della sera precedente, dove Carlotta ha continuato a ballare il valzer e a vincere premi, sfidando l’invidia dei figli grandi, uscendo così, a tratti, dalla contingenza del mondo attuale di una signora un po’ in là con gli anni che vive nel silenzio e nell’ovatta di una tra le tante serate sempre uguali in una residenza per anziani.  Emanuela segue la sua interlocutrice nel mondo possibile aperto da Carlotta, condividendo il piacere da questa mostrato nella conversazione attuale.  

Perché il concetto di mondi possibili è importante per i caregiver delle persone affette da demenza.

Molti anni fa mentre cercavo di spiegare ad un gruppo di parenti in che modo possiamo utilizzare il concetto di mondi possibili con le persone affette da demenza una signora mi ha chiesto: “Ma allora dobbiamo dare loro sempre ragione come si fa con i matti?”. No, signora, non è questo che noi dobbiamo fare. Noi dobbiamo solo accettare quello che i malati sono ora.  Il salto nei mondi possibili ci permette di stare vicino a loro “dove sono in questo momento” rispettando, anche nelle situazioni più drammatiche,  la loro dignità di persona e valorizzando le abilità che hanno mantenuto.

E’ difficile andare nel mondo possibile di una persona affetta da demenza?

Dare ragione ai matti è la cosa più facile. Stare insieme ad una persona che ci è cara nel suo mondo possibile è molto difficile. E’ una cosa praticamente impossibile per un tempo lungo. Le conversazioni registrate durano in media 15/20 minuti. La necessità che noi abbiamo di sperare in mondi migliori è pari al terrore che abbiamo di non essere capaci di tornare indietro e di non essere perfettamente preparati per affrontare il mondo reale.

La paura

La persona affetta da Alzheimer che io guardo mi riempie di orrore perché quello sono io, adesso, non fra sei mesi o cinque anni; perché la persona che mi guarda senza riconoscermi è un possibile me, un io che non riconosce il suo me, un me che nemmeno scorge il suo io.

Alcuni consigli per conversare con le persone affette da demenza:

1. Non fare domande

2. Non correggere

3. Non interrompere, non completare le frasi

4. Ascoltare, rispettare il silenzio e la lentezza

5. Accompagnare con le parole, senza ingannare e senza giudicare:

                   o restituire il motivo narrativo

                   o fare eco

                   o cercare il Punto d’Incontro Felice

                   o partecipare parlando anche di sé

6. Rispondere alle domande

7. Comunicare anche con i gesti e il tono della voce

8. Riconoscere le emozioni (individuarle, denominarle, accettarle, legittimarle)

9. Rispondere alle richieste, accettare la contrattazione, prendere in seria

considerazione le scelte

10.Accettare che faccia quello che fa, così come lo fa

11.Accettare la malattia e le sue stranezze, riconoscere di aver bisogno di aiuto e lasciarsi aiutare

I mondi possibili
“Invitato da Giove a far visita alla figlia Pallade, il gran sacerdoteTeodoro fa il viaggio ad Atene. Gli si comanda di dormire nel tempio della dea. Sognando, si trova trasportato in un paese sconosciuto. V’era là un palazzo d’inconcepibile splendore e di grandezza immensa. La dea Pallade appare alla porta, circondata dai raggi di una maestà abbagliante, così grande e come sogliono vederla i celesti. La dea tocca il volto di Teodoro con un ramo d’olivo che tiene in mano: ed eccolo divenuto capace di sostenere i divini splendori della figlia di Giove, e di tutto ciò ch’ella deve mostrare. Giove, che ti ama, gli dice Pallade, ti ha raccomandato a me perché tu fossi istruito. Vedi qui il palazzo dei destini, di cui sono custode. Vi si trova rappresentato non soltanto ciò che avviene, ma anche tutto ciò che è possibile. E Giove, avendone fatto la rassegna prima che il mondo cominciasse a esistere, ordinò le possibilità in mondi, e scelse il migliore di tutti … Questi mondi sono tutti qui, vale a dire, in idea. Te ne mostrerò alcuni in cui troverai non già il medesimo Sesto che hai visto (questo non è possibile: egli porta sempre con sé ciò che sarà), ma Sesti che gli si avvicinano. Essi avranno tutto ciò che tu conosci già del vero Sesto, ma non tutto ciò che è già in lui, senza che egli se ne accorga; e neppure, di conseguenza, tutto ciò che gli dovrà in seguito accadere. Tu troverai, in un mondo, un Sesto molto felice e molto educato; in un altro, un Sesto contento della propria condizione mediocre; e Sesti di ogni genere, in un’infinità di modi. A questo punto la dea conduce Teodoro in uno degli appartamenti. Quando vi giunge, questo non è più un appartamento ma un mondo … Gli appartamenti erano disposti a piramide: a mano a mano che si saliva verso il vertice, diventavano sempre più belli e rappresentavano mondi migliori. La piramide aveva un vertice, ma non aveva basi: andava crescendo all’infinito. E questo perché, spiega la dea, tra un’infinità di mondi possibili vi è il migliore di tutti, altrimenti Dio non si sarebbe determinato a crearne neppure uno; ma non ve n’è nessuno che non ne abbia altri, meno perfetti, al di sotto di sé. Per questo la piramide scende sempre, all’infinito”

Questo articolo è stato scritto a partire dalle idee e con citazioni dai seguenti articoli dello psicoanalista conversazionalista Gianpaolo Lai:

http://www.psychomedia.it/cpat/articoli/37-lai.htm

Potete trovare ulteriori informazioni su questo argomento sul sito del Gruppo Anchise e nei libri del collega Pietro Vigorelli:

http://www.gruppoanchise.it/

Luigi Giovanni Manfredi

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Demenze

Demenze: terapie farmacologiche e riabilitazione cognitiva

DEMENZE, TERAPIE E RIABILITAZIONE

Il termine demenza si riferisce ad una serie di sintomi riscontrabili in alcune malattie dove vi è una perdita di cellule cerebrali. Tale perdita è un processo naturale dell’invecchiamento ma nelle malattie che conducono alla demenza si verifica con un ritmo così veloce da impedire al cervello di funzionare normalmente.

La “demenza” comporta l’alterazione progressiva di alcune funzioni cognitive: memoria, ragionamento, linguaggio, capacità di orientarsi, di svolgere compiti motori complessi e, inoltre, alterazioni della personalità e del comportamento. Per essere considerate sintomi di demenza queste alterazioni devono essere di una severità tale da determinare una significativa riduzione nella capacità di svolgere le comuni attività della vita quotidiana.


La demenza può essere causata da diverse malattie. Tra le più frequenti ci sono: la malattia di Alzheimer che rappresenta il 50-60% dei casi, la malattia a corpi di Lewy, la demenza frontotemporale, la demenza vascolare e la rara malattia di Creutzfeldt-Jakob. I più frequenti sintomi iniziali di demenza sono:
• perdita di memoria,
• alterazione della personalità,
• scarsa capacità di giudizio e di controllo degli impulsi,
• confusione o disorientamento,
• depressione, convinzioni deliranti o ansia,
• diminuzione dell’iniziativa, apatia,
• deterioramento delle capacità intellettive,
• comportamenti ossessivi.

Le demenze come problema sociale

Le demenze sono un problema di salute pubblica molto rilevante, con un importante impatto sui milioni di persone che ne sono affette e sulle loro famiglie. Circa il 3% degli uomini e delle donne di età compresa tra 65 e 74 anni è affetto da demenza. Tuttavia, a partire dai 65 anni, la percentuale raddoppia ogni dieci anni. Pertanto nelle persone di oltre 85 anni la proporzione è compresa tra il 25 e il 35%. È inoltre evidente che l’invecchiamento della popolazione nel mondo comporterà un aumento del numero di persone affette da questa malattia. Questa patologia coinvolge poco meno di un milione di italiani, ma questo numero è destinato a raddoppiare entro il 2050, per l’effetto combinato della maggiore aspettativa di vita e del miglioramento dello stato di salute della popolazione generale. La spesa totale annua per il sostegno ai malati con demenza ammonta oggi, in Italia, a poco meno di 50 miliardi di euro, due terzi dei quali sostenuti (come costi indiretti) dalle reti familiare.

La malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer è progressiva, insorge subdolamente in genere con disturbi di memoria e può durare anche molti anni. Per ogni persona ammalata c’è almeno un familiare (caregiver) impegnato nell’insostituibile ma molto faticoso compito di assistenza e cura. L’assistenza socio-sanitaria delegherà sempre di più all’assistenza domiciliare la presa in carico del malato e dei suoi bisogni, sempre diversi, nella loro progressione.
Ad oggi le cause di questa malattia sono sconosciute e non esiste nessuna cura che permetta di guarire o di arrestarne la progressione. Tuttavia esistono diverse terapie farmacologiche e non farmacologiche che servono a mantenere più a lungo possibile l’autonomia delle persone affette.

Le terapie farmacologiche

La scoperta che l’acetilcolina è deficitaria nel cervello dei malati di Alzheimer ha condotto alla possibilità di compensare questo deficit con i farmaci. Perciò, inibendo l’enzima che distrugge l’acetilcolina (colinesterasi), si mantiene nel cervello una più elevata concentrazione di acetilcolina e si aumenta la possibilità di comunicazione tra le cellule nervose. Negli ultimi anni sono stati ottenuti alcuni risultati in particolare con dei farmaci, noti con il nome di inibitori delle colinesterasi (donepezil, rivastigmina e galantamina). Esiste oggi la possibilità di alleviare i sintomi cognitivi dei pazienti nelle fasi iniziali e intermedie della malattia, ma non possiamo ancora ritardare la comparsa della malattia o rallentarne la progressione per lunghi periodi.

Le terapie non farmacologiche

In questi ultimi anni la delusione per i risultati ottenuti con la terapia farmacologica ha indirizzato l’attenzione dei ricercatori sulle terapie non farmacologiche delle demenze. Gli studi sugli animali e gli studi di neuro immagini funzionali cerebrali sull’ uomo hanno permesso di meglio comprendere le basi biologiche della riabilitazione introducendo il concetto della plasticità cerebrale. Il concetto di plasticità cerebrale, ovvero l’idea che l’organizzazione del sistema nervoso non sia “fissata” alla nascita, ma passibile di modificazioni ci permette di spiegare la tendenza dei deficit neurologici conseguenti a lesione cerebrale a carattere non evolutivo a regredire nel tempo, sia spontaneamente che in seguito a interventi riabilitativi. Evidenze di riorganizzazione dell’ attività neuronale post-lesionale sono state riportate sia nell’animale che nell’uomo. La più recente letteratura ribadisce il concetto che la neuroplasticità non è osservabile solo in caso di lesioni verificatesi nelle fasi di sviluppo cerebrale, ma anche in individui adulti, quindi con sviluppo completato. I meccanismi neurobiologici responsabili sono probabilmente molteplici e comprendono oltre a modificazioni neurofisiologiche anche la crescita di ramificazioni dentritiche e assonali.
Un secondo rilevante concetto riguarda l’importanza del contesto ambientale nel guidare i processi di riorganizzazione funzionale del cervello. I cambiamenti strutturali che si verificano in presenza di una lesione cerebrale o di una deafferentazione sensoriale iniziano e si definiscono a condizione che l’ambiente fornisca un’adeguata e specifica stimolazione volta a compensare i deficit sensoriali motori e cognitivi indotti dalla lesione stessa. Lo sviluppo delle conoscenze nei campi della neurobiologia del recupero e della neuropsicologia cognitiva ha permesso di costituire la base per lo sviluppo di trattamenti non farmacologici teoricamente fondati anche nel campo delle demenze.

La Riabilitazione Cognitiva

La riabilitazione cognitiva o neuropsicologica è una branca della riabilitazione atta a rimediare disturbi della percezione, della memoria, del linguaggio. La riabilitazione cognitiva parte dal presupposto che le capacità neuroplastiche del nostro cervello, presenti dopo la lesione , siano guidabili per ottimizzare il trattamento riabilitativo orientato al raggiungimento del massimo grado possibile di autonomia e di indipendenza attraverso il recupero e/o la compensazione delle abilità cognitive e comportamentali compromesse. Inizialmente questo tipo di approccio è stato riservato a portatori di disturbi cognitivi acquisiti (come per esempio, disturbi di memoria, linguaggio, percezione, attenzione esito di traumi cranici, ictus cerebrale) o a soggetti con disturbi evolutivi (come per esempio dislessia, acalculia, disgrafia, disturbi del linguaggio ed altro ancora). Questo procedimento risulta essere finalizzato, pertanto al miglioramento della qualità della vita del paziente ed al reinserimento dell’individuo nel proprio ambiente familiare e sociale. Negli ultimi anni si sono accumulate prove scientifiche che dimostrano come questo tipo di training possa interagire con il funzionamento del sistema cognitivo, migliorandone le capacità di elaborazione sia in termini quantitativi che qualitativi anche nei soggetti anziani o affetti da deterioramento cognitivo. Ciò ha dato l’avvio allo sviluppo di programmi rivolti a differenti condizioni dell’età anziana: anziani normali; soggetti che presentano gli esiti di una lesione cerebrale focale, come quelle determinate da patologie cerebrovascolari; pazienti affetti da malattie neurodegenerative.

La ginnastica mentale nell’anziano normale

Gli studi sull’invecchiamento hanno evidenziato che l’avanzare del tempo determina una riduzione fisiologica di alcune capacità mentali, come la memoria per eventi recenti, oppure una minore flessibilità cognitiva nell’utilizzo di strategie di soluzione di problemi: i programmi di ginnastica mentale hanno in questo caso lo scopo di mantenere e potenziare quelle capacità mnesico-cognitive che, pur essendo statisticamente normali per l’età, sono indebolite e sono percepite negativamente dalla persona anziana.

La riabilitazione cognitiva nelle patologie non progressive

Le malattie cerebrovascolari, la cui frequenza aumenta con l’aumentare dell’età, possono dare luogo a patologie acute, come le ischemie cerebrali, che provocano un danno di aree cerebrali circoscritte, con conseguenti disturbi neuropsicologici selettivi: l’afasia, l’aprassia, i deficit visuo-spaziali, i disturbi dell’attenzione, etc. In questo caso si parla propriamente di programmi di riabilitazione cognitiva, che sono mirati alla funzione danneggiata e che hanno lo scopo di recuperare il deficit o compensarlo.

La riabilitazione cognitiva nelle demenze

Nella Malattia di Alzheimer e nelle altre demenze il decadimento cognitivo va incontro ad una progressiva evoluzione negativa, perché la patologia neurologica intacca aree cerebrali via via più ampie. In questo caso, dunque, il termine “riabilitazione” non porta il significato classico di ripristino di una funzione danneggiata, ma assume un senso più ampio di rallentamento della progressione dei disturbi e di mantenimento, il più a lungo possibile, dell’autonomia personale, con la conseguenza di un adeguato livello di qualità di vita, in primo luogo per il paziente, ma anche per le persone che lo circondano.
In questo tipo di patologie, inoltre, la presenza di disturbi cognitivi e di patologie internistiche associate può determinare un ritiro sociale della persona, la sospensione precoce di molte attività della vita quotidiana che potrebbero essere ancora svolte dal soggetto, anche se con maggiore lentezza o con la supervisione di un’altra persona. Questi aspetti possono determinare l’insorgenza di disabilità secondarie, dovute all’impoverimento dell’ambiente sociale e degli stimoli. L’espressione clinica dei deficit cognitivi può dunque essere migliorata in modo indiretto, con un arricchimento dell’ambiente che riduca il peso della disabilità secondaria.
Luigi Manfredi

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Demenze

I disturbi del comportamento nelle demenze

Il rapporto con le persone anziane a volte può risultare complicato. Lo diventa ancora di più se entrano in gioco fattori come la demenza

Perché i genitori anziani si comportano male?

Invecchiare è qualcosa che tutti dobbiamo affrontare, ma non sempre avviene in modo calmo e rilassato. Spesso succede che una persona anziana a cui tutti vogliono bene diventi intrattabile, spiacevole, scortese o goffa. Questo può portare a liti in famiglia e a un risentimento da entrambe le parti.

È una questione fisica oppure psicologica?

Direi che coinvolge entrambi gli aspetti. Ci sono problemi di mobilità, vista e udito in calo, mancanza di memoria, dolore cronico. Tutto ciò può causare angoscia, persino rabbia, sentimenti che possono sfortunatamente portare una persona anziana a essere aggressiva anche con le persone cui ha voluto bene. Molti, poi, vanno incontro a forme di depressione quando amici e coetanei muoiono, chiudendosi in se stessi: a moltissimi anziani è stato insegnato a non discutere delle proprie emozioni e sentimenti con altri.

Come ci si pone di fronte a una problematica di questo genere?

È importante non essere coinvolti in discussioni con i genitori anziani quando sono arrabbiati. Quando accade, possiamo cercare di interpretare il loro comportamento come angoscia riguardo alla situazione, piuttosto che vederlo come un affronto personale. Può essere di aiuto capire che la persona amata sta tirando fuori la sua rabbia perché sa che, non potendo esprimere la propria infelicità in altro modo, la potrà accettare solo chi è più vicino. Possiamo provare a discutere, spiegare come tale comportamento ci faccia sentire: l’anziano può essere scioccato nello scoprire che ci ha turbato. Se questo non aiuta, allora dovremo cercare di allontanarci per un certo tempo, perché potrebbe offrire lo spazio di riflettere su questo comportamento.

Ci sono aspetti legati alla malattia?

Cambiamenti improvvisi nel comportamento potrebbero essere segno di un’infezione intercorrente, di un dolore o anche l’effetto collaterale di un farmaco. Non diamo per scontato che i cambiamenti negli anziani siano sempre dovuti alla demenza. Ma se tali modificazioni del comportamento sono invece il risultato diretto di un problema come la demenza, allora è necessario accettare che abbiamo bisogno di aiuto per prenderci cura dei nostri genitori e dobbiamo chiedere un consiglio al nostro medico. Possiamo pensare al comportamento di chi è affetto da demenza come a una forma di comunicazione. Se la persona con demenza si comporta in modo arrabbiato o irritato, è un modo di dire che possono essere sopraffatti, doloranti, confusi o spaventati.

Le medicine sono la soluzione?

Alcuni farmaci possono aiutare ma non sono sempre la risposta giusta. Certi comportamenti non possono essere “riparati” per via farmacologica. Nessuna medicina, per esempio, impedisce a una persona di camminare o passeggiare continuamente. Alcuni medicinali possono anche causare effetti collaterali negativi e peggiorare le cose.

Quali sono allora le strade da percorrere?

Cerchiamo di identificare cosa stia causando il cambiamento. C’è stato qualcosa che è accaduto subito prima? Un visitatore inaspettato che ha sconvolto la normale routine? Il comportamento si presenta al momento del bagno? È arrivata una nuova badante? Bisogna considerare se il comportamento sia rischioso e pericoloso o piuttosto solo fastidioso e frustrante. Il primo potrebbe verificarsi quando la persona si arrabbia e cerca di uscire da casa. Potrebbe essere necessario rispondere in modo attivo, ad esempio camminando con loro, distraendoli e poi cambiando le serrature sulla porta. Un comportamento fastidioso e frustrante può richiedere una risposta più morbida: se la persona cammina intorno alla casa ma è calma e non tenta di andarsene, potrebbe essere meglio accettare che continui a camminare. Cerchiamo di creare una routine quotidiana strutturata e prevedibile per chi è affetto da demenza. La routine è un’importante fonte di conforto.

Si presenta come un compito non facile?

Occorre essere calmi e pazienti. È molto importante parlare con altri caregiver e, se possibile, frequentare un gruppo di supporto in cui sia possibile conoscere le strategie utili che altri caregiver hanno utilizzato.

Qual è il ruolo del neurologo?

La consapevolezza che la maggior parte delle forme di demenza non siano oggi guaribili genera comprensibili paure. Una diagnosi precoce a livello neurologico presenta tuttavia diversi vantaggi. In primo luogo, permette l’implementazione di interventi di stimolazione cognitiva in una fase di malattia in cui il paziente può ancora dispiegare un elevato numero di risorse, oltre a rendere possibile l’introduzione tempestiva di trattamenti farmacologici specifici. In secondo luogo, consente la realizzazione di interventi volti alla formazione dei caregiver, riducendo la preoccupazione, l’incertezza e lo stress spesso sviluppati in ambito familiare, con la possibilità di acquisire maggiori competenze nella comprensione e gestione delle alterazioni del malato. In ultimo, promuove la sicurezza in vari ambiti di vita quotidiana: dalla guida, alla preparazione dei pasti, alla gestione farmacologica.

Perché i genitori anziani si comportano male?

Invecchiare è qualcosa che tutti dobbiamo affrontare, ma non sempre avviene in modo calmo e rilassato. Spesso succede che una persona anziana a cui tutti vogliono bene diventi intrattabile, spiacevole, scortese o goffa. Questo può portare a liti in famiglia e a un risentimento da entrambe le parti.

È una questione fisica oppure psicologica?

Direi che coinvolge entrambi gli aspetti. Ci sono problemi di mobilità, vista e udito in calo, mancanza di memoria, dolore cronico. Tutto ciò può causare angoscia, persino rabbia, sentimenti che possono sfortunatamente portare una persona anziana a essere aggressiva anche con le persone cui ha voluto bene. Molti, poi, vanno incontro a forme di depressione quando amici e coetanei muoiono, chiudendosi in se stessi: a moltissimi anziani è stato insegnato a non discutere delle proprie emozioni e sentimenti con altri.

Come ci si pone di fronte a una problematica di questo genere?

È importante non essere coinvolti in discussioni con i genitori anziani quando sono arrabbiati. Quando accade, possiamo cercare di interpretare il loro comportamento come angoscia riguardo alla situazione, piuttosto che vederlo come un affronto personale. Può essere di aiuto capire che la persona amata sta tirando fuori la sua rabbia perché sa che, non potendo esprimere la propria infelicità in altro modo, la potrà accettare solo chi è più vicino. Possiamo provare a discutere, spiegare come tale comportamento ci faccia sentire: l’anziano può essere scioccato nello scoprire che ci ha turbato. Se questo non aiuta, allora dovremo cercare di allontanarci per un certo tempo, perché potrebbe offrire lo spazio di riflettere su questo comportamento.

Ci sono aspetti legati alla malattia?

Cambiamenti improvvisi nel comportamento potrebbero essere segno di un’infezione intercorrente, di un dolore o anche l’effetto collaterale di un farmaco. Non diamo per scontato che i cambiamenti negli anziani siano sempre dovuti alla demenza. Ma se tali modificazioni del comportamento sono invece il risultato diretto di un problema come la demenza, allora è necessario accettare che abbiamo bisogno di aiuto per prenderci cura dei nostri genitori e dobbiamo chiedere un consiglio al nostro medico. Possiamo pensare al comportamento di chi è affetto da demenza come a una forma di comunicazione. Se la persona con demenza si comporta in modo arrabbiato o irritato, è un modo di dire che possono essere sopraffatti, doloranti, confusi o spaventati.

Le medicine sono la soluzione?

Alcuni farmaci possono aiutare ma non sono sempre la risposta giusta. Certi comportamenti non possono essere “riparati” per via farmacologica. Nessuna medicina, per esempio, impedisce a una persona di camminare o passeggiare continuamente. Alcuni medicinali possono anche causare effetti collaterali negativi e peggiorare le cose.

Quali sono allora le strade da percorrere?

Cerchiamo di identificare cosa stia causando il cambiamento. C’è stato qualcosa che è accaduto subito prima? Un visitatore inaspettato che ha sconvolto la normale routine? Il comportamento si presenta al momento del bagno? È arrivata una nuova badante? Bisogna considerare se il comportamento sia rischioso e pericoloso o piuttosto solo fastidioso e frustrante. Il primo potrebbe verificarsi quando la persona si arrabbia e cerca di uscire da casa. Potrebbe essere necessario rispondere in modo attivo, ad esempio camminando con loro, distraendoli e poi cambiando le serrature sulla porta. Un comportamento fastidioso e frustrante può richiedere una risposta più morbida: se la persona cammina intorno alla casa ma è calma e non tenta di andarsene, potrebbe essere meglio accettare che continui a camminare. Cerchiamo di creare una routine quotidiana strutturata e prevedibile per chi è affetto da demenza. La routine è un’importante fonte di conforto.

Si presenta come un compito non facile?

Occorre essere calmi e pazienti. È molto importante parlare con altri caregiver e, se possibile, frequentare un gruppo di supporto in cui sia possibile conoscere le strategie utili che altri caregiver hanno utilizzato.

Qual è il ruolo del neurologo?

La consapevolezza che la maggior parte delle forme di demenza non siano oggi guaribili genera comprensibili paure. Una diagnosi precoce a livello neurologico presenta tuttavia diversi vantaggi. In primo luogo, permette l’implementazione di interventi di stimolazione cognitiva in una fase di malattia in cui il paziente può ancora dispiegare un elevato numero di risorse, oltre a rendere possibile l’introduzione tempestiva di trattamenti farmacologici specifici. In secondo luogo, consente la realizzazione di interventi volti alla formazione dei caregiver, riducendo la preoccupazione, l’incertezza e lo stress spesso sviluppati in ambito familiare, con la possibilità di acquisire maggiori competenze nella comprensione e gestione delle alterazioni del malato. In ultimo, promuove la sicurezza in vari ambiti di vita quotidiana: dalla guida, alla preparazione dei pasti, alla gestione farmacologica.

 Luigi Giovanni Manfredi