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Alzheimer Demenze Memoria

Le cause di perdita di memoria nelle persone anziane

I pazienti anziani che hanno difficoltà di memoria possono avere la malattia di Alzheimer, oppure possono avere un’altra condizione patologica con sintomi simili. Demenza è un termine usato per descrivere un declino delle capacità mentali, inclusa la memoria, il linguaggio, ed il pensiero logico, abbastanza grave da influenzare la vita quotidiana del paziente. Quando le persone anziane iniziano ad avere questi tipi di sintomi, spesso si preoccupano e pensano di avere la malattia di Alzheimer. La malattia di Alzheimer è una demenza neurodegenerativa, il che significa che la demenza provoca la perdita di tessuto cerebrale e non è reversibile. La demenza vascolare è un altro tipo di demenza, causato da uno scarso afflusso sanguigno al cervello, e anche questa non è reversibile. Demenza da malattia di Alzheimer e demenza vascolare possono anche manifestarsi insieme.

Quali altre condizioni patologiche danno gli stessi sintomi della demenza neurodegenerativa?

Molte condizioni diverse dalla malattia di Alzheimer o dalla demenza vascolare possono influenzare la memoria, il linguaggio e il pensiero logico di una persona. Alcune di queste condizioni possono essere temporanee e altre sono invece permanenti. Quando una persona viene valutata per problemi di memoria o per problemi cognitivi correlati, dovrebbero essere considerate una serie di altre condizioni come possibili cause. Il delirio è una delle cause possibili, e può essere correlato agli effetti collaterali dei farmaci, all’uso di droghe, alle tossine, a disturbi del sistema endocrino come ipotiroidismo o problemi metabolici come l’iponatriemia. Altre possibili cause includono la depressione; i disturbi del sonno; gli effetti collaterali dei farmaci; la perdita dell’udito e della vista; le carenze in nutrienti come vitamina B12, acido folico e tiamina; l’ abuso cronico di alcol; l’ idrocefalo normoteso; le infezioni croniche come neurosifilide o HIV/AIDS; la presenza masse cerebrali; l’ ematoma subdurale; le encefalite autoimmune; e la vasculite cerebrale.

Valutazione per demenza e cause reversibili di demenza

Ai pazienti valutati per perdita di memoria e difficoltà con il linguaggio e con il pensiero logico vengono poste domande su quando si sono accorti per la prima volta di questi loro sintomi, su quanto siano gravi i sintomi e come i sintomi influenzino le attività quotidiane del paziente. Con il consenso del paziente, il medico può chiedere a familiari e amici cosa hanno osservato in relazione alla memoria, al linguaggio e al pensiero del paziente. L’uso dei farmaci deve sempre essere rivalutato per determinare se i sintomi cognitivi potrebbero essere un effetto collaterale. Dovrebbero essere somministrati test di screening per la depressione, come dovrebbero essere fatti test verbali e scritti per valutare la funzione cognitiva del paziente. Possono essere ottenuti test di laboratorio e neuroimaging del cervello. I pazienti possono essere indirizzati anche ad eseguire valutazioni dell’udito, della vista, test neuropsicologici o valutazione neuropsicologica.

Trattamento

I sintomi di perdita di memoria e difficoltà di linguaggio e deficit cognitivi sono spesso dovuti a demenze neurodegenerative come la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare, che sono molto comuni e incurabili. Le cause reversibili possono essere trattate e dovrebbero essere considerate per i pazienti che hanno difficoltà con la memoria o problemi cognitivi. Ad esempio, la depressione può essere trattata con antidepressivi, la vitamina B12 e l’ormone tiroideo possono essere integrati, e si possono ottenere occhiali e apparecchi acustici. Non si deve mai presumere che un paziente anziano con perdita di memoria abbia la malattia di Alzheimer o un’altra demenza neurodegenerativa senza avere prima considerato le cause reversibili di demenza.

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2760393

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Alzheimer Caregiver

Vita familiare: caregiver

 Cosa significa essere un Caregiver

Caregiver è un termine inglese che significa letteralmente “persona che si prende cura di qualcuno”. È un termine specifico che è entrato anche nel nostro lessico e che si riferisce in particolare a tutte quelli (mariti o mogli, figli e badanti) che accudiscono le persone affette da gravi malattie neurologiche degenerative (malattia di Alzheimer, demenza vascolare, malattia di Parkinson etc.).

La malattia di Alzheimer, in particolare,  ha un esordio insidioso ed una lenta progressione. Esiste anche la possibilità che non si possa distinguere, specie in una fase iniziale, la sua sintomatologia specifica dalle altre forme di demenza ed anche da alcuni disturbi legati all’invecchiamento. È molto difficile, sia per il paziente che per il familiare rendersi conto (e accettare) l’insorgenza e l’aggravarsi di questa malattia. La malattia di Alzheimer infatti non colpisce soltanto il paziente ma tutta la sua famiglia. Sui caregiver grava infatti un enorme carico assistenziale ed emotivo. In Italia la maggior parte di questi pazienti (80 per cento) sono assistiti a domicilio e vivono in famiglia. I cambiamenti che i familiari devono adottare di fronte all’evento malattia neurologica degenerativa sono molti: cambiamenti organizzativi che riguardano il tempo da dedicare alla sorveglianza ed alla cura, cambiamenti nelle attività lavorative dovuti alla necessità di conciliare gli impegni dell’assistenza con quelli lavorativi e relazionali; cambiamenti della gestione dei rapporti sociali extrafamiliari. Spesso vi è una tormentosa preoccupazione riguardo cosa potrebbe dire la gente dei comportamenti del malato, vi è il disagio di come gestirlo qualora si agiti negli spazi aperti o troppo affollati. Sono infatti i disturbi del comportamento di questi pazienti (deliri, agitazione ed aggressività, disinibizione, attività motoria aberrante, disturbi del sonno etc.) ad incidere maggiormente sulle risorse assistenziali dei familiari e ciò si ripercuote sulla salute psicologica e fisica del “caregiver”. Entrano in gioco fattori psicologici del familiare che è chiamato a gestire la sofferenza legata alla sensazione di perdita e di impotenza. Spesso compare l’ansia legata alla difficoltà di capire cosa sta succedendo a quella persona che magari fino a poco tempo prima rappresentava il “pilastro” affettivo e relazionale della famiglia stessa.

Il caregiver si fa carico in questi casi di numerosi problemi fra cui accettare la diagnosi e farla accettare agli altri componenti delle famiglia, subire lo stress crescente determinato dai problemi gestionali e predisporre i piani per il futuro. Questa condizione può determinare nel caregiver malattie fisiche, depressione, perdita di peso, insonnia ma, anche senza arrivare ad una vera patologia, sono molto comuni i sensi di colpa, imbarazzo, angoscia, impotenza e rabbia. Sono soprattutto la solitudine, l’ abbandono e la mancanza di informazioni e di punti di riferimento che rendono pesante la vita di chi vive vicino a questi pazienti.

Nel tentativo di ridurre, per quanto possibile, la condizione di sofferenza dei caregiver abbiamo in programma una serie di incontri aperti a tutti coloro che accudiscono le persone affette da demenza per discutere il miglior modo per dare loro un aiuto concreto.

Gli incontri, completamente gratuiti,  si terranno ogni ultimo giovedì del mese alle ore 17 presso la Casa di Cura S. Pio X – via Nava 31 – Milano (vedi programma).

Luigi Giovanni Manfredi

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Alzheimer

Ho osservato un possibile segno precursore della malattia Alzheimer

Inizialmente, il malato non ha disturbi e non si rende conto di nulla. I sintomi iniziali del malattia di Alzheimer sono più spesso osservabili dai familiari del malato piuttosto che dal medico.

Prestare attenzione

I disturbi variano da persona a persona, ma generalmente evolvono in un periodo di tempo tra i sette e i dodici anni.

È molto importante individuare correttamente i primi sintomi della malattia.

Più la diagnosi è precoce, prima si ritarda lo sviluppo della malattia e migliore è la gestione della sua evoluzione.

Quali sono le avvisaglie della malattia?

  • Perdita di memoria

Dimenticare un nome o un numero di telefono è un fatto assolutamente normale. Dimenticare spesso gli eventi recenti è invece meno normale.

Non ricordare più il luogo in cui sono state trascorse le vacanze o dove è parcheggiata l’automobile non è normale.

Al contrario, i ricordi risalenti al passato più lontano vengono generalmente conservati.

  • Difficoltà a svolgere le attività quotidiane

Mancanza di attenzione, problemi di concentrazione che impediscono di continuare a cucinare, lavarsi, telefonare, ecc.

La persona non riesce più a prendere le medicine da sola, dimentica dosi, orari, ecc.

  • Problemi linguistici

Ognuno di noi, quando parla, cerca di utilizzare i termini appropriati. I malati di Alzheimer dimenticano le parole di uso corrente e le sostituiscono con termini impropri.

  • Perdita del senso dell’orientamento

Perdersi nei dintorni di casa.

Non riuscire più a guidare l’automobile o a prendere i mezzi pubblici.

  • Indebolimento delle capacità di giudizio

Firmare contratti dalle condizioni aberranti, lasciare una mancia astronomica al ristorante per un conto modesto.

Non riuscire più a compilare un assegno, a pagare una fattura o a gestire le spese domestiche.

  • Difficoltà con i concetti astratti

Dimenticare il significato di numeri e date.

  • Smarrimento di oggetti

Una persona affetta dal malattia di Alzheimer può riporre gli oggetti in luoghi illogici, perderli ed accusare gli altri di averli rubati.

Si perde progressivamente il contatto con la realtà. Il malato può scambiare il pulsante del gas per quello del televisore.

  • Sbalzi di umore e cambiamento della personalità

Passare dal riso al pianto senza motivo. Una persona normalmente serena e socievole diventa poco a poco collerica, aggressiva e gelosa.

  • Mancanza di entusiasmo

Può capitare a tutti di stancarsi di svolgere un lavoro o un’attività, ma un malato di Alzheimer rimane indifferente a tutto.

Redazione a cura di “Malice & Co. (Francia). Revisione a cura del Dott. Fabio Pilato.Ultima revisione settembre 2011.

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Alzheimer Depressione

La depressione senza tristezza

UNA PRESENTAZIONE DIVERSA DELLA SINTOMATOLOGIA DEPRESSIVA NELLE PERSONE ANZIANE

L’ aumento della durata media di vita è accompagnato da un aumento di molte patologie tra cui i disturbi dell’ umore e soprattutto la depressione e la distimia. Isintomi depressivi nelle persone anziane sono una causa di sofferenze fisiche ed emotive e sono collegati ad un peggioramento della qualità della vita e ad un aumento del rischio di morte. Quali sono le caratteristiche cliniche  specifiche della sintomatologia depressiva negli anziani?

La depressione senza tristezza

Noi siamo abituati a pensare alla depressione come ad una condizione di umore triste. Questa condizione dura per la maggior parte del giorno, si ripete quasi ogni giorno e viene dimostrata sia da una sensazione soggettiva (sentirsi tristi o vuoti), sia da quanto osservato dagli altri (apparire piangente). I giovani e gli adulti quando sono affetti da depressione lamentano prevalentemente tristezza e disperazione. Gli anziani invece sono spesso convinti che la tristezza sia una conseguenza inevitabile dell’età oppure che sia una debolezza ed una vergogna. Nella terza età la depressione si esprime prevalentemente con fenomeni diversi dalla tristezza come ansia o sintomi fisici descritti ripetitivamente. Inoltre  nelle presone anziane una condizione depressiva si può presentare come perdita di piacere o interesse unitamente ad un pessimismo esasperato, come  apatia e rallentamento psicomotorio, come atteggiamenti e pensieri negativi circa il futuro, come sensi di colpa e di auto accusa, disturbi di memoria, difficoltà a mantenere la concentrazione e l’attenzione, insonnia,  o come agitazione afinalistica. Infine un’ eventuale ideazione suicidaria è più difficile da evidenziare e diviene palese solo se vi è un rapporto ottimale ed una atmosfera di elevata fiducia da parte del paziente verso il familiare, l’amico o l’operatore sanitario.

La depressione nell’anziano ha un basso indice di riconoscimento (10-15%). Questo è dovuto sopratutto al fatto che molti dei sintomi descritti dagli anziani sono presenti anche in molte altre malattie mediche geriatriche. Quali sono le principali difficoltà che incontrano i medici nel riconoscere una condizione depressiva nell’ anziano?

Ostacoli alla diagnosi

Nell’anziano possono quindi essere totalmente assenti i sintomi fondamentali della depressione: le lamentele, le rimostranze sull’umore depresso o su uno stato di tristezza permanente. In queste condizioni il riconoscimento della depressione può essere molto difficile in quanto sia il medico che i parenti possono attribuire i sintomi accusati  a manifestazioni fisiologiche dell’ invecchiamento. In genere esiste la credenza che la depressione possa essere giustificata e spiegata come una risposta normale alle vicissitudini della vita del paziente anziano. In effetti alcune persone iniziano a soffrire di depressione dopo eventi stressanti di vita quali: distacco o rottura del nucleo familiare, distacco dalle persone care, solitudine, incertezze o paure su di un piano finanziario, incertezze per il futuro ecc. Ma questi eventi sono solo il fattore scatenante e non la causa della depressione. Un altro elemento che rende difficile l’identificazione ed il trattamento della depressione è la tendenza delle persone anziane a ridurre le loro interazioni sociali. Spesso il rischio di depressione è aumentato dalla solitudine, dal fatto di non avere nessuno cui comunicare le proprie preoccupazioni, nessuno con cui dividere le proprie paure ed ansie. In altre persone la depressione può essere facilitata dalla presenza di una o più malattie croniche collegate con l’ età (malattie cardiovascolari, patologie autoimmuni, arteriosclerosi, malattia di Alzheimer etc.) o dai farmaci somministrati per curarle. Nell’anziano la depressione è spesso nascosta da sintomi somatici sia per una accentuazione dei sintomi della malattia medica concomitante sia per una “somatizzazione” del disturbo. I sintomi fisici più comunemente osservati sono: astenia, dolori migranti spesso osteo-articolari, cefalee, palpitazioni, tachicardia, dolori addominali, senso di testa vuota e confusa (“sento la testa che gira”), dispnea o difficoltà a respirare, senso di soffocamento, dolori lombari (mal di schiena), disturbi gastrointestinali (soprattutto ridotto transito). L’anziano depresso si concentra e si lamenta per questi sintomi che riporta e sottolinea ad ogni occasione. Spesso questo si accompagna ad una riduzione dell’appetito con ridotto apporto alimentare, perdita di peso ed un reale ridotto transito intestinale (stipsi). Accade in questi casi che i medici si concentrino sui sintomi fisici senza pensare ad una condizione depressiva e senza riuscire quindi a trovare una terapia realmente efficace. Infine  l’ ultimo ma forse il più importante ostacolo al riconoscimento di una condizione di depressione nella terza età è collegato ai pazienti. Infatti gli anziani spesso pensano di “essere troppo vecchi per curarsi”, o che “il disturbo guarirà da solo”, o anche che “il cercare aiuto per la propria tristezza è un non senso”, oppure che è “una debolezza”. Inoltre spesso negano i sintomi psicologici della depressione oppure rifiutano la diagnosi di depressione come una condizione vergognosa. Ma se è così difficile riconoscere una depressione negli anziani come è possibile sapere quanto è diffusa questa condizione?

Statistica ed epidemiologia

Le difficoltà di fare una diagnosi di depressione si riflettono anche sui dati statistici che si riferiscono alla percentuale di persone anziane affette da depressione. Molte persone anziane pur presentando molti sintomi depressivi non hanno i requisiti stabiliti dal DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell’American Psychiatric Association 1995)  per essere definiti affetti da depressione maggiore. Del resto questi criteri diagnostici sono stati sviluppati su una popolazione giovane o adulta e non tengono conto della specificità sintomatologia delle forme depressive ad esordio tardivo. Esiste quindi un evidente paradosso per cui le forme di depressione maggiore sembrano avere una frequenza minore dopo i 65 anni. In realtà le persone anziane soffrono di una forma depressiva con caratteristiche cliniche diverse e specifiche ad andamento cronico che è più simile alle forme descritte nel DSM IV come distimia. Tuttavia questa forma di depressione cosiddetta “minore” può determinare una disabilità anche più grave della forma depressiva “maggiore”. Le forme distimiche e la depressione minore sono molto frequenti nella popolazione anziana. Nell’anziano infatti prevale un concetto di “perdita”: successi, riuscita e guadagni sono gradualmente rimpiazzati da ridotta attività, rimpianti e delusioni. Vi è un aumento progressivo della tendenza alla introspezione, al ritiro dalle attività sociali, vi è una rinuncia progressiva ad una vita indipendente. Il tutto si accompagna ad una graduale perdita del “ruolo” avuto sino ad allora. Noia e solitudine sono fattori addizionali spesso presenti.  La prevalenza di depressione è comunque assai elevata (30-40%)  in anziani con concomitanti malattie mediche. La depressione può rappresentare un fattore di aggravamento nella progressione di molte malattie somatiche e peggiorare la prognosi in termini di sofferenze individuali, morbilità e mortalità. Come incide la depressione sui processi di invecchiamento cerebrale ed in particolare sui disturbi della memoria e sui disturbi cognitivi?

Depressione e riduzione dei processi cognitivi.

La depressione è una condizione alla cui genesi partecipano molteplici fattori: fattori biologici, fattori psicologici e fattori sociali. L’ interazione tra questi fattori determina ed influenza il corso e la severità di questa sindrome. In molti casi il risultato è uno squilibrio biochimico che si instaura a livello cerebrale e che coinvolge alcune sostanze (dette neuro-mediatori o neurotrasmettitori) quali la serotonina, la noradrenalina, la dopamina e l’acetilcolina, che sono deputate alla trasmissione dei messaggi, degli impulsi tra le varie strutture cerebrali. Quando questo squilibrio si instaura, i messaggi non raggiungono correttamente le zone o strutture del cervello per cui sono stati emessi. Si ritiene oggi che questo squilibrio sia, in molti casi, alla base di una situazione di depressione. Nella genesi della depressione ad esordio tardivo sono particolarmente importanti  i fattori biologici ed in particolare quelli neurologici.  Frequenti sono infatti i riscontri di una atrofia del tessuto encefalico oppure di una alterazione dovuta a molteplici eventi ischemici della sostanza bianca cerebrale sottocorticale. Questa ultima associazione è così frequente che è proposto il termine di “depressione vascolare” per indicare l’ elevata frequenza con cui le depressione si associa alla presenza di fattori di rischio per le malattie vascolare del cervello (ipertensione, cardiopatia, ipercolesterolemia etc.). Molti di questi pazienti presentano oltre ai deficit cognitivi ed ai disturbi della memoria una riduzione dell’ attività motoria e dall’ apatia cioè la assenza di una risposta emotiva adeguata agli eventi della vita. Questi sintomi sono molto comuni nelle forme depressive ma sono ugualmente presenti in molte malattie neurologiche dell’ anziano come la malattia di Parkinson e la malattia di Alzheimer. Alcuni autori hanno ipotizzato che una disfunzione delle vie encefaliche che collegano il lobo frontale al nucleo striato (un zona che controlla l’ esecuzione dei movimenti particolarmente colpita nel morbo di Parkinson) sia alla base della depressione ad esordio tardivo. I dati disponibili indicano che questi deficit delle funzioni esecutive e cognitive, anche quando vi è una risposta iniziale positiva ad un trattamento della depressione hanno una prognosi che non è sempre favorevole ed un progressivo deterioramento può aver luogo. Per questi motivi la depressione insorta in età senile si presenta nella maggior parte dei casi associata ad un deterioramento cognitivo superiore a quello dei coetanei non depressi. Una ridotta efficienza dei processi cognitivi è una parte essenziale della sindrome depressiva dell’anziano. Quali sono i sintomi cognitivi specifici della sindrome depressiva ad esordio tardivo?

I sintomi cognitivi

L’ideazione può apparire corretta su tempi brevi, ma difficoltà di attenzione, di memoria e di concentrazione divengono presto evidenti. La compromissione cognitiva che interessa l’anziano depresso può assumere una notevole varietà di connotazioni esprimendosi come un deficit di entità medio-lieve, esteso in maniera  non specifica a tutte le funzioni, ma in particolare ai compiti che richiedono un maggiore impegno cognitivo ed una maggiore motivazione (ad esempio la memorizzazione) o manifestandosi in un quadro globale di rallentamento ideativo e psicomotorio. Tuttavia nella maggior parte dei casi le persone che soffrono di depressione, a differenza di quanto avviene nella malattia di Alzheimer, sono coscienti del loro deficit di memoria e di riconoscimento delle persone o cose e delle loro eventuali difficoltà di orientamento spazio-temporale. Perché dobbiamo preoccuparci di curare la depressione nell’anziano?

La terapia

“Perché è curabile nell’80-85% dei casi!” Va ricordato che iniziare un trattamento quando la depressione dell’ anziano è nella sua fase emergente può impedire che essa si aggravi e si cronicizzi. Inoltre un trattamento corretto può impedire eventuali ricadute. Se non è curata in modo appropriato la malattia può entrare in una spirale negativa ove le probabilità di una cronicizzazione sono assai elevate. Una sindrome depressiva può facilitare la comparsa di malattie organiche e rendere più gravi ed invalidanti quelle esistenti. Una terapia adeguata può prevenire e bloccare questa spirale negativa che ha in genere una prognosi sfavorevole.

Luigi Giovanni Manfredi

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Alzheimer Memoria

Strutture cerebrali coinvolte nella memoria

I ricordi non sono conservati in aree cerebrali specifiche. Gli elementi visivi sono codificati nelle cortecce visive, i suoni delle parole in alcune aree del linguaggio, ecc.

L’ippocampo serve da “indice” di accesso ai vari ricordi, soprattutto per la loro localizzazione spaziale.

La corteccia prefrontale, invece, elabora il contesto temporale degli elementi di un ricordo.

Per quanto riguarda la memoria esplicita, è accertato il ruolo dell’ippocampo e della corteccia prefrontale nell’organizzare i ricordi.

L’ippocampo non è rilevante per la memoria implicita (in genere non dichiarativa, spesso procedurale): anche i rettili, privi di ippocampo, hanno questa forma di memoria.

La memoria procedurale (schemi motori) è codificata nei gangli basali.: un ratto con lesione dei gangli basali ritroverà un bersaglio ricordando dov’è; uno con lesione dell’ippocampo potrà ricostruire la sequenza di movimenti per raggiungerlo.

La memoria semantica

La memoria semantica si riferisce al nostro magazzino generale dei concetti e delle informazioni come ad esempio il colore di un leone oppure chi ha scoperto l’ America. L’ esistenza di uno specifico sistema di memoria è dimostrata dal fatto che questo tipo di memoria è completamente risparmiata nei pazienti che presentano una grave disfunzione della memoria episodica in relazioni a lesioni del sistema libico.

Poiché la memoria semantica include tutte le conoscenze del mondo che non sono in relazione con il ricordo di episodi di vita specifici si può pensare che essa posa risiedere in differenti regioni della corteccia cerebrale. Esistono infatti delle prove che le immagini visive sono memorizzate in una area associativa vicina alla corteccia occipitale (dove arrivano tutte le informazioni visive). Tuttavia molte delle informazioni relative alla memoria semantica sono in relazione all’ area inferolaterale dei lobi cerebrali.

La malattia di Alzheimer è la malattia più comune che distrugge la memoria semantica. In questa malattia la memoria episodica e quella semantica si riducono indipendentemente ed in tempi diversi. Anche in questi casi vi possono essere altre patologie che causano una alterazione della memoria semantica come traumi cranici, lesioni neurochirurgiche encefaliti, tumori etc.

La memoria procedurale

La memoria procedurale si riferisce alla capacità di imparare comportamenti o abilità cognitive ed algoritmi che sono usati in un modo automatico ed inconscio. La memoria procedurale è una memoria non dichiarativa ma può essere sia esplicita come imparare a guidare una macchina e implicita come imparare un numero telefonico senza uno sforzo cosciente. La distruzione del sistema di memoria procedurale quando i pazienti dimostrano sia la perdita di abilità che avevano imparato oppure una sostanziale incapacità di imparare nuove tecniche. Per esempio un paziente può perdere la capacità di eseguire movimenti fini come scrivere, suonare uno strumento musicale oppure giocare a golf.

Le aree cerebrali che sono coinvolte nella memoria procedurale sono completamente diverse da quelle che sono coinvolte nella memoria semantico ed episodica e si riferiscono alla regione dei gangli della base cranica dell’ area supplementare motoria ed al cervelletto. Poichè  il processo patologico nelle prime fasi della malattia di Alzheimer colpisce le strutture libiche risparmiando i gangli della base ed il cervelletto i pazienti presentano deficit di memoria episodica ma una normale capacità di acquisire e mantenere le abilità procedurali mentre invece la malattia di Parkinson è la patologia che colpisce più frequentemente la memoria procedurale.

La memoria di lavoro

La memoria di lavoro è una combinazione di quello che si intende tradizionalmente con attenzione, concentrazione e memoria a breve termine. E’ in relazione con la capacità di manipolare e mantenere le informazioni che si devono “tenere in mente”. Poichè ciò richiede una partecipazione attiva e cosciente la memoria di lavoro è una memoria esplicita e dichiarativa. La memoria di lavoro viene tradizionalmente divisa tra le componenti che memorizzano le informazioni verbali (ricordare un numero telefonico) oppure informazioni spaziali (seguire mentalmente una strada) ed un sistema esecutivo che gestisce le risorse dell’ attenzione.

Una alterazione della memoria di lavoro può presentarsi in diversi modi. Più comunemente il paziente inizia a presentare una incapacità alla concentrazione ed all’ attenzione. Si possono quindi verificare difficoltà nell’ eseguire nuovi compiti che coinvolgano istruzioni con diversi compiti motori

Numerosi lavori hanno dimostrato che la memoria di lavoro usa una rete neuronale sottocorticale che dipende dal compito specifico. Tuttavia praticamente qualsiasi compito che coinvolge la memoria di lavoro richiede la partecipazione del lobo prefrontale ed anche le aree visive associative posteriori. Inoltre più complessi sono i compiti che richiedono la partecipazione della memoria di lavoro tanto più estese e bilaterali sono le arre cerebrali coinvolte.

Pazienti affetti da malattia di Alzheimer, morbo di Parkinson, malattia di Huntington, demenza con corpi di Lewy e la paralisi sopranucleare progressiva possono deteriorare la memoria di lavoro. Inoltre tutte le malattie che colpiscono i lobi frontale (ictus, tumori traumi cranici, sclerosi multipla etc) possono interferire con la memoria di lavoro.

Luigi Giovanni Manfredi