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Memoria

Mantenere la Salute del Cervello: Strategie e Benefici

  Federica Albini1,2 & Luigi Manfredi1

1 IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Neurology Unit, SAN PIO X, Milano, Italy

2 Neuropsychological Service, Department of Neurology, Desio Hospital, ASST Brianza, 20900 Monza, Italy

Correspondence: Federica Albini, mail: federica.albini@humanitas.sanpiox.it

  1. IL CONCETTO DI BRAIN HEALTH

Capita a tutti, prima o poi, di dimenticare dove abbiamo parcheggiato l’auto o di “saltare” un appuntamento importante.  Con il passare degli anni succede sempre più spesso di non ricordare i nomi delle persone che conosciamo oppure di ricordare le cose in maniera meno precisa ed efficiente.

Questo tipo di inconvenienti possono rappresentare soltanto un motivo di irritazione per i giovani ma nelle persone più anziane in cui cresce la preoccupazione di perdere la capacità di ragionare in modo lucido. diventano sorgente di ansia.

Come possiamo fare per conservare la salute e l’efficienza del nostro cervello?

La salute del cervello o “Brain Health” nella letteratura scientifica è intesa come:   ‘’lo stato del funzionamento del cervello negli ambiti cognitivi, sensoriali, socio-emotivi, comportamentali e motori, che consente a una persona di realizzare il proprio pieno potenziale nel corso della vita, indipendentemente dalla presenza o assenza di disturbi’’ (OMS, 2022).

Il concetto di Brain Health è in continua evoluzione ed in rapida espansione. Negli ultimi anni questo concetto di mantenere il cervello in salute è diventato centrale non solo per il sistema sanitario ma anche nella società in generale.  Nel 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato un position paper all’interno del quale sono specificate le linee guida per l’ottimizzazione della Brain Health lungo l’intero corso della vita.

Le malattie del cervello sono infatti molto comuni e sono in continuo aumento, possono essere malattie psichiatriche, come la depressione, l’ansia, malattia da stress post-traumatico; oppure malattie neurologiche, come l’emicrania, la malattia di Alzheimer o la malattia di Parkinson.

Queste malattie possono aumentare il rischio di disabilità psichica e fisica in particolare nelle persone anziane. La diagnosi e l’intervento precoci sono fondamentali per aumentare l’aspettativa di vita e per migliorare la qualità della vita nelle persone anziane.

Una buona salute del cervello significa però molto più che la semplice assenza di malattie; include anche il buon funzionamento cognitivo generale, uno stato di benessere in cui gli individui si sentono in grado di affrontare il normale stress della vita, realizzare le proprie capacità, lavorare in modo produttivo e contribuire al progresso della loro comunità.

Questa definizione suggerisce che tutti dovrebbero avere un cervello in salute e dovrebbero intraprendere azioni per mantenerlo in salute, come garantire stili di vita sani (sonno regolare, attività fisica, alimentazione sana, ecc.) ed esercitare il cervello stesso (ad esempio imparando una nuova lingua o facendo nuove esperienze).

Questa ricerca di mantenere il cervello in uno stato di salute dovrebbe iniziare idealmente alla nascita e continuare lungo tutto l’arco della vita. Secondo l’OMS migliorare la salute del cervello migliora anche la salute fisica e creando maggiore comunicazione aumenta il benessere anche economico di tutti e aiuta a rendere migliore i singoli individui e la società.

Una delle più importanti e recenti scoperte in neurologia è che il nostro cervello è “plastico” è quindi in grado di crescere, creare nuove connessioni e recuperare o compensare le eventuali lesioni anche in età adulta.  Quindi noi possiamo migliorare la salute del nostro cervello per tutta la nostra vita riducendo al minimo i fattori di rischio e migliorando la protezione di fattori che promuovono la plasticità dei neuroni cerebrali.

In pratica per mantenere il cervello in salute dobbiamo: curare la nostra salute fisica, continuare a studiare cose nuove, mantenere dei rapporti sociali ed evitare l’isolamento, ed in ultima battuta anche vivere in un ambiente sano e cioè avere una sicurezza economica per accedere ad esempio a servizi di qualità (vedi per esempio l’emarginazione sociale come fattore di rischio di donno cerebrale).

2. BRAIN HEALTH E DECLINO COGNITIVO

Sempre più spesso si presentano nei nostri ambulatori persone che sono semplicemente preoccupate perché iniziano a notare una riduzione delle loro abilità cognitive. Possono lamentare una riduzione delle capacità di concentrazione oppure un peggioramento delle performances lavorative. In altre occasioni sono i parenti che riferiscono la comparsa di difficoltà nel ricordare i nomi delle persone o comunque i fatti recenti. Queste persone sono stati fino ad oggi diagnosticati come affetti da “declino cognitivo soggettivo” o “invecchiamento fisiologico”.

Abbiamo anche avuto poco da offrire a queste persone oltre alla rassicurazione sul loro attuale stato cognitivo e raccomandazioni su stili di vita sani, ma ciò che questa popolazione chiede veramente è una stima del rischio di demenza oltre i ben noti stili di vita sani, un supporto per ridurre il rischio di sviluppare deterioramento cognitivo e demenza e talvolta dei trattamenti di stimolazione delle loro abilità cognitive.

Un’ altra delle scoperte più importanti degli ultimi anni è rappresentata dalla dimostrazione che il processo neurodegenerativo alla base di questa malattie inizia molti anni (anche decenni) prima della comparsa dei sintomi clinici (come i disturbi delle memoria o di altre funzioni cognitive) e che spesso, durante questa lunga fase possono essere presenti solo come sintomi soggettivi (cioè riferiti solo dal paziente o dai suoi famigliari ma non evidenziabili con i test neuropsicologici).

Un intervento efficace per ritardare o prevenire il declino cognitivo patologico può essere più significativo in queste fasi della malattia in cui il funzionamento cognitivo è ancora relativamente preservato.

Gli interventi da effettuare sono interventi di Brain Health, interdisciplinari con un approccio olistico centrato sulla persona focalizzato sulla promozione, prevenzione, trattamento, cura e riabilitazione e sul coinvolgimento attivo delle persone con esperienza vissuta, delle loro famiglie e dei caregiver. Questi interventi includono combinazioni variabili di attività fisica, educazione alimentare, stimolazione cognitiva, socializzazione e fattori di rischio vascolari. Esistono differenti livelli di intervento che vanno dai semplici consigli a interventi strutturati proposti in ambiti di trial clinici.

3. Il PERCORSO

La nostra idea è quella di fornire una proposta di medicina personalizzata che sia in grado di promuovere un percorso individuale mirato a mantenere una buona salute cognitiva. L’identificazione precoce di eventuali deficit cognitivi è il primo passo in questo processo. 

Humanitas Medical Care Murat propone quindi un percorso multidisciplinare personalizzato con tre obbiettivi principali: 1) individuazione del rischio di sviluppare malattie che possano ridurre l’efficienza cognitiva  2) determinazione di percorsi terapeutici specifici per la prevenzione personalizzata del declino cognitivo 3) Interventi per il potenziamento cognitivo che tengano conto della unicità delle proprietà del cervello di ogni paziente

  1. Individuazione dei fattori di rischio

I fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio di sviluppare malattia neurologiche degenerative sono molteplici: Familiarità per demenza, Diabete, Ipertensione arteriosa, Ipercolesterolemia, Obesità, Fumo, Isolamento sociale, traumi cranici importanti, Inquinamento atmosferico.

Il percorso Brain Health offre una serie completa di valutazioni e test avanzati che inizia con una visita neurologica e con la raccolta di un’accurata anamnesi, proseguendo successivamente con l’esecuzione di altre visite specialistiche e diversi esami strumentali:

Valutazione neuropsicologica

Esami ematochimici

Visita cardiologica

Visita internistica

Visita fisiatrica

Risonanza Magnetica all’encefalo

OCT

Ecocolordoppler TSA

Elettroencefalogramma

  • Interventi per la prevenzione personalizzata del declino cognitivo

Questi interventi includono il mantenere una costante interesse ad imparare cose nuove; trattare o ridurre l’ipertensione e obesità nella mezza età; affrontare la perdita dell’udito; e ridurre il fumo, curare la depressione, contrastare l’inattività fisica, ridurre l’isolamento sociale e curare il diabete in tarda età.

  • Interventi per il potenziamento cognitivo

L’evidenza in persone ad alto rischio di demenza mostra che interventi simultanei multi-dominio su cognizione (ad esempio con giochi computerizzati), forma fisica (ad esempio con forza muscolare ed esercizio aerobico), nutrizione (ad esempio con educazione alimentare o integrazione) e fattori di rischio vascolare (ad esempio con uno stretto controllo della pressione arteriosa e del diabete) condotti per un periodo sufficientemente lungo (ad esempio 2 anni) possono rallentare il declino cognitivo associato all’età.

4. CONCLUSIONI

La ricerca e la cura della salute del nostro cervello è una scienza dinamica in continua evoluzione. I dati sulle ricerche disponibili ad oggi hanno mostrato che il percorso di Brain Health è un promettente fattore prognostico positivo per invecchiare felicemente ed è anche un fattore protettivo per lo sviluppo di patologie neurodegenerative.

  1. World health Organization – Brain health – https://www.who.int/health-topics/brain-health#tab=tab_1

5. BIBLIOGRAFIA

  • Cervello e neuroplasticità, come ristrutturare i collegamenti neurali alla base di comportamenti disfunzionali di Stefano Lasaponara – 7 giugno 2024 – Il Sole 24 Ore Sanità24

https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/2024-06-07/cervello-e-neuroplasticita-come-ristrutturare-collegamenti-neurali-base-comportamenti-disfunzionali-152746.php?uuid=AFerOsoB

  • Neurologia: One Brain, One Health, la strategia italiana per la salute del cervello

Medico & Paziente – 13 marzo 2024 – alessandro visca

https://medicoepaziente.it/2024/neurologia-one-brain-one-health-la-strategia-italiana-per-la-salute-del-cervello/#:~:text=Salute%20del%20cervello%20non%20vuole,vista%20cognitivo%2C%20avere%20relazioni%20sociali.

  • Settimana del cervello: Sin lancia il manifesto “One Brain, One Health” e la strategia nazionale 2024-2031 – Il Sole 24 Ore Sanità24 – 12 marzo 2024

https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/2024-03-12/settimana-cervello-sin-lancia-manifesto-one-brain-one-health-e-strategia-nazionale-2024-2031-154940.php?uuid=AF1SAE0

  • How to keep the brain healthy  The Economist – Sep 22nd 2022

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Demenze

I biomarcatori plasmatici nella malattia di Alzheimer

I biomarcatori plasmatici stanno emergendo come strumenti promettenti per la diagnosi precoce e il monitoraggio della malattia di Alzheimer, offrendo un approccio meno invasivo rispetto alle tecniche tradizionali. Secondo recenti studi, questi marcatori biologici nel sangue potrebbero rilevare cambiamenti associati all’Alzheimer anni prima della comparsa dei sintomi, aprendo nuove possibilità per interventi tempestivi e personalizzati

L’importanza della proteina plasmatica P-tau181

La proteina tau fosforilata in treonina 181 (p-tau181) nel plasma sanguigno sta emergendo come un biomarcatore altamente specifico e promettente per la malattia di Alzheimer. Diversamente da altri marcatori, la p-tau181 plasmatica rimane a livelli normali in altre forme di demenza, rendendola particolarmente utile per la diagnosi differenziale [1]. Studi recenti hanno dimostrato che l’accumulo di tau nel cervello, valutato attraverso la PET, è un predittore più affidabile del declino cognitivo a breve termine rispetto ad altri biomarcatori come la beta-amiloide [2]. Inoltre, nei pazienti con probabile demenza a corpi di Lewy, il dosaggio plasmatico di p-tau181 può fornire informazioni preziose sul declino cognitivo [3]. Questi risultati suggeriscono che la p-tau181 plasmatica potrebbe diventare uno strumento diagnostico chiave, offrendo un metodo meno invasivo e più accessibile per la diagnosi precoce e il monitoraggio della progressione dell’Alzheimer.

Fonti:

Ereditarietà dei marcatori plasmatici

I biomarcatori plasmatici dell’Alzheimer mostrano una significativa componente ereditaria, secondo uno studio recente condotto su 418 coppie di gemelli maschi. La ricerca ha rivelato che i fattori genetici influenzano tra il 44% e il 52% della concentrazione delle proteine Aβ40, Aβ42, tau totale (t-tau) e neurofilamento leggero (NfL) nel sangue [1]. Tuttavia, il rapporto Aβ42/Aβ40 sembra essere principalmente determinato da fattori ambientali non condivisi (88%). Questi risultati supportano l’ipotesi di una base genetica per i marcatori plasmatici dell’Alzheimer, evidenziando al contempo l’importanza dei fattori ambientali. Tale scoperta potrebbe avere implicazioni significative per la comprensione dei meccanismi della malattia e per lo sviluppo di strategie diagnostiche e terapeutiche personalizzate.

Fonti: Ereditabilità dei biomarcatori plasmatici di malattia di Alzheimer https://www.centroalzheimer.org/ereditabilita-dei-biomarcatori-plasmatici-di-malattia-di-alzheimer/

Vantaggi dei biomarcatori plasmatici rispetto ai biomarcatori liquorali

I biomarcatori plasmatici offrono diversi vantaggi rispetto a quelli liquorali nella diagnosi e nel monitoraggio della malattia di Alzheimer. Mentre l’esame del liquor cerebrospinale rimane attualmente il metodo più affidabile per rilevare i biomarcatori [1], i test ematici risultano meno invasivi, più economici e più facilmente ripetibili [2]. Questo li rende particolarmente adatti per lo screening su larga scala e per il monitoraggio longitudinale della progressione della malattia. Inoltre, la semplicità di prelievo del sangue rispetto alla puntura lombare necessaria per il liquor potrebbe aumentare l’accettabilità da parte dei pazienti, facilitando diagnosi più precoci e un follow-up più regolare [3] [2]. Tuttavia, è importante notare che la ricerca sui biomarcatori plasmatici è ancora in corso e la loro validazione clinica richiede ulteriori studi per confermare la loro accuratezza diagnostica e prognostica [4].

Fonti:

https://www.roche.it/storie/biomarcatori-cambiare-il-modo-in-cui-viene-diagnosticata-la-malattia-di-alzheimer

Conclusioni

I biomarcatori plasmatici rappresentano un importante passo avanti nella diagnosi e nel monitoraggio della malattia di Alzheimer, offrendo un approccio meno invasivo e più accessibile rispetto ai metodi tradizionali. In particolare, la proteina tau fosforilata 217 (p-tau217) si è dimostrata altamente accurata nell’identificare la patologia amiloide e tau, con prestazioni paragonabili ai biomarcatori del liquor cerebrospinale [1]. Questi marcatori potrebbero consentire una diagnosi precoce, anche anni prima della comparsa dei sintomi, aprendo nuove possibilità per interventi tempestivi [2]. Tuttavia, nonostante i promettenti risultati, è importante sottolineare che l’uso dei biomarcatori plasmatici nella pratica clinica richiede ulteriori validazioni su gruppi di soggetti ampi e diversificati prima di poter essere implementato su larga scala [2].

Fonti:

(1) Utilità della tau fosforilata 217 plasmatica nella malattia di Alzheimer https://neurologiaitaliana.it/2024/utilita-della-tau-fosforilata-217-plasmatica-nella-malattia-di-alzheimer/

(2) Biomarcatori: cambiare il modo in cui viene diagnosticata la malattia https://www.roche.it/storie/biomarcatori-cambiare-il-modo-in-cui-viene-diagnosticata-la-malattia-di-alzheimer

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Memoria

La Salute del Cervello: Strategie per il Benessere Cognitivo

La salute del cervello è un concetto multidimensionale che abbraccia funzioni cognitive, benessere emotivo e resilienza mentale, è fondamentale per la qualità della vita e il funzionamento ottimale dell’individuo. Esploreremo le strategie chiave per promuovere e mantenere il benessere cognitivo, dalla nutrizione all’esercizio fisico, dalla stimolazione mentale alle pratiche di consapevolezza.

Strategia Italiana per la Salute del Cervello

In occasione della Settimana Mondiale del Cervello (11-17 marzo 2024), la Società Italiana di Neurologia (SIN) ha lanciato la Strategia Italiana per la Salute del Cervello 2024-2031 (SISAC) e il manifesto “One Brain, One Health”. Questa iniziativa mira a implementare in Italia il Piano Globale di Azione dell’OMS, promuovendo un approccio integrato alla salute cerebrale. La strategia si concentra su diversi obiettivi chiave, tra cui il rafforzamento della governance, il miglioramento di diagnosi e cure, e l’attuazione di strategie di prevenzione delle malattie neurologiche. Il professor Alessandro Padovani, Presidente della SIN, ha sottolineato l’importanza di adottare soluzioni concrete per valorizzare, promuovere e proteggere il cervello durante l’intero arco della vita, enfatizzando la necessità di una collaborazione interdisciplinare tra neurologia, psichiatria, psicologia e neuroriabilitazione.

Fattori che influenzano la salute cerebrale

La salute del cervello è influenzata da molteplici fattori, alcuni dei quali sono modificabili attraverso scelte di stile di vita. Ecco una panoramica dei principali elementi che impattano sul benessere cerebrale:

  • Fattori cardiovascolari: Fumo, ipertensione, obesità e diabete non solo influenzano la salute cardiovascolare, ma sono anche implicati in cambiamenti delle strutture cerebrali che possono portare allo sviluppo di demenze.
  • Attività fisica: Il movimento regolare diminuisce i fattori di rischio cardiovascolari e, di conseguenza, riduce la possibilità di contrarre una demenza vascolare. L’esercizio fisico è fondamentale per mantenere il cervello sano.
  • Alimentazione: Una dieta equilibrata ricca di antiossidanti può proteggere il cervello dal danno ossidativo, a cui è particolarmente suscettibile a causa della sua elevata attività metabolica.
  • Stimolazione cognitiva: Attività che sfidano il cervello, come imparare cose nuove o cambiare routine, creano nuove connessioni tra le cellule nervose, rendendo il cervello più resiliente ai cambiamenti legati alle malattie.
  • Relazioni sociali: Mantenere una vita sociale attiva e coltivare relazioni interpersonali contribuisce positivamente alla salute cerebrale.
  • Gestione dello stress: Tecniche di rilassamento e mindfulness possono aiutare a ridurre lo stress, che ha un impatto negativo sul cervello.
  • Sonno: Un sonno adeguato e di qualità è essenziale per la salute del cervello e le sue funzioni cognitive.
  • Prevenzione e controlli regolari: Sottoporsi a controlli medici periodici può favorire la diagnosi precoce e la prevenzione di patologie neurologiche.

Questi fattori interagiscono tra loro in modo complesso, influenzando la capacità del cervello di svilupparsi, creare connessioni, ripararsi e adattarsi. L’approccio “One Brain, One Health” promosso dalla Strategia Italiana per la Salute del Cervello sottolinea l’importanza di considerare tutti questi aspetti per ottimizzare la salute cerebrale durante l’intero arco della vita.

LA SALUTE DEL CERVELLO DIPENDE ANCHE DAL PESO https://www.fondazionevalterlongo.org/la-salute-del-cervello-dipende-anche-dal-peso/
 
Sette consigli per la salute del cervello – Alzheimer Schweiz
https://www.alzheimer-schweiz.ch/it/articolo/sette-consigli-per-la-salute-del-cervello-1
 
Cibo per la mente, quali mangiare per un avere un cervello in salute
https://www.affidea.it/it/art/cibo-per-la-mente-quali-mangiare-per-un-avere-un-cervello-in-salute/
 
Salute del cervello, la strategia italiana per arginare «l’epidemia delle patologie cerebrali>
https://www.corriere.it/salute/24_marzo_12/salute-del-cervello-la-strategia-italiana-per-arginare-l-epidemia-delle-patologie-cerebrali-7f0ca3e9-be99-4285-999a-ece27956exlk.shtml

Consigli per il Benessere Cerebrale

La Società Italiana di Neurologia (SIN) ha delineato alcune strategie chiave per promuovere la salute del cervello nell’ambito della Strategia Italiana per la Salute del Cervello 2024-2031. Ecco alcune azioni concrete che possono contribuire al benessere cerebrale:

  • Adottare stili di vita sani, inclusa un’alimentazione equilibrata e l’astensione da alcol e fumo
  • Praticare regolarmente attività fisica per migliorare la salute cardiovascolare e cerebrale
  • Mantenere una vita sociale attiva e coltivare relazioni interpersonali
  • Impegnarsi in attività che stimolano cognitivamente, come l’apprendimento di nuove competenze
  • Gestire e ridurre lo stress attraverso tecniche di rilassamento o mindfulness
  • Assicurarsi un sonno adeguato e di qualità
  • Sottoporsi a controlli medici regolari per la prevenzione e la diagnosi precoce di eventuali patologie

Queste strategie, promosse nell’ambito dell’approccio “One Brain, One Health”, mirano a proteggere e valorizzare la salute del cervello durante tutto l’arco della vita, contribuendo al benessere generale dell’individuo e della società                     

  • Salute del cervello, la strategia italiana per arginare «l’epidemia delle patologie cerebrali>

https://www.corriere.it/salute/24_marzo_12/salute-del-cervello-la-strategia-italiana-per-arginare-l-epidemia-delle-patologie-cerebrali-7f0ca3e9-be99-4285-999a-ece27956exlk.shtml

  • Salute mentale, Strategia italiana per la salute del cervello

https://www.farmacista33.it/politica-sanitaria/28734/salute-mentale-strategia-italiana-per-la-salute-del-cervello-presentato-il-manifesto-italiano-one-brain-one-health.html

  • One Brain, One Health, la strategia italiana per la salute del cervello

https://neurologiaitaliana.it/2024/one-brain

Conclusioni

La salute del cervello è un elemento cruciale per il benessere complessivo dell’individuo e richiede un approccio olistico e proattivo. Come evidenziato dalla Strategia Italiana per la Salute del Cervello 2024- 2031, è fondamentale adottare uno stile di vita che promuova il benessere cerebrale attraverso l’alimentazione, l’esercizio fisico, la stimolazione cognitiva e le relazioni sociali. La crescente

  • Buoni propositi per la salute del cervello – Scienza in rete

https://www.scienzainrete.it/articolo/buoni-propositi-salute-del-cervello/camilla-orlandini/2022-12-29

  • Sette modi per mantenere il cervello in salute – Focus.it

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/cervello-salute-mentale-trucchi-quotidiani

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Alzheimer Demenze Memoria

Le cause di perdita di memoria nelle persone anziane

I pazienti anziani che hanno difficoltà di memoria possono avere la malattia di Alzheimer, oppure possono avere un’altra condizione patologica con sintomi simili. Demenza è un termine usato per descrivere un declino delle capacità mentali, inclusa la memoria, il linguaggio, ed il pensiero logico, abbastanza grave da influenzare la vita quotidiana del paziente. Quando le persone anziane iniziano ad avere questi tipi di sintomi, spesso si preoccupano e pensano di avere la malattia di Alzheimer. La malattia di Alzheimer è una demenza neurodegenerativa, il che significa che la demenza provoca la perdita di tessuto cerebrale e non è reversibile. La demenza vascolare è un altro tipo di demenza, causato da uno scarso afflusso sanguigno al cervello, e anche questa non è reversibile. Demenza da malattia di Alzheimer e demenza vascolare possono anche manifestarsi insieme.

Quali altre condizioni patologiche danno gli stessi sintomi della demenza neurodegenerativa?

Molte condizioni diverse dalla malattia di Alzheimer o dalla demenza vascolare possono influenzare la memoria, il linguaggio e il pensiero logico di una persona. Alcune di queste condizioni possono essere temporanee e altre sono invece permanenti. Quando una persona viene valutata per problemi di memoria o per problemi cognitivi correlati, dovrebbero essere considerate una serie di altre condizioni come possibili cause. Il delirio è una delle cause possibili, e può essere correlato agli effetti collaterali dei farmaci, all’uso di droghe, alle tossine, a disturbi del sistema endocrino come ipotiroidismo o problemi metabolici come l’iponatriemia. Altre possibili cause includono la depressione; i disturbi del sonno; gli effetti collaterali dei farmaci; la perdita dell’udito e della vista; le carenze in nutrienti come vitamina B12, acido folico e tiamina; l’ abuso cronico di alcol; l’ idrocefalo normoteso; le infezioni croniche come neurosifilide o HIV/AIDS; la presenza masse cerebrali; l’ ematoma subdurale; le encefalite autoimmune; e la vasculite cerebrale.

Valutazione per demenza e cause reversibili di demenza

Ai pazienti valutati per perdita di memoria e difficoltà con il linguaggio e con il pensiero logico vengono poste domande su quando si sono accorti per la prima volta di questi loro sintomi, su quanto siano gravi i sintomi e come i sintomi influenzino le attività quotidiane del paziente. Con il consenso del paziente, il medico può chiedere a familiari e amici cosa hanno osservato in relazione alla memoria, al linguaggio e al pensiero del paziente. L’uso dei farmaci deve sempre essere rivalutato per determinare se i sintomi cognitivi potrebbero essere un effetto collaterale. Dovrebbero essere somministrati test di screening per la depressione, come dovrebbero essere fatti test verbali e scritti per valutare la funzione cognitiva del paziente. Possono essere ottenuti test di laboratorio e neuroimaging del cervello. I pazienti possono essere indirizzati anche ad eseguire valutazioni dell’udito, della vista, test neuropsicologici o valutazione neuropsicologica.

Trattamento

I sintomi di perdita di memoria e difficoltà di linguaggio e deficit cognitivi sono spesso dovuti a demenze neurodegenerative come la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare, che sono molto comuni e incurabili. Le cause reversibili possono essere trattate e dovrebbero essere considerate per i pazienti che hanno difficoltà con la memoria o problemi cognitivi. Ad esempio, la depressione può essere trattata con antidepressivi, la vitamina B12 e l’ormone tiroideo possono essere integrati, e si possono ottenere occhiali e apparecchi acustici. Non si deve mai presumere che un paziente anziano con perdita di memoria abbia la malattia di Alzheimer o un’altra demenza neurodegenerativa senza avere prima considerato le cause reversibili di demenza.

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2760393

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Disturbi del movimento

Trattamento con tossina botulinica

Come funziona la tossina botulinica ?

Come si evince da quanto detto fino ad ora, la BTX funziona riducendo la contrazione muscolare o l’iperattività ghiandolare. Questa azione viene effettuata proprio a livello del muscolo o della ghiandola, iniettando la BTX, sotto forma di liquido, nel muscolo o sotto l’area della cute da trattare.

In questa sede, la BTX viene assorbita dalle terminazioni nervose e le neutralizza (Foto 5 a e b). Nel giro di circa 3 mesi, le stesse terminazioni nervose espellono la tossina botulinica e riprendono gradualmente a funzionare. Questo effetto è sempre e comunque reversibile, garantendo in ogni caso il ritorno alla situazione di partenza, e quindi alla ricomparsa dei sintomi trattati.

E’ evidente quindi, che il trattamento con BTX non è definitivo e va ripetuto ad intervalli variabili, a seconda del problema di base, ma comunque mai inferiori ai 3 mesi.

L’unico effetto collaterale che la BTX può dare è un suo eccessivo funzionamento, ovvero un dosaggio superiore alle necessità richieste dal singolo disturbo. In questo caso si può osservare una eccessiva debolezza muscolare, ristretta comunque all’area trattata. Come per l’effetto benefico, anche l’effetto collaterale è destinato a scomparire in un periodo di tempo proporzionale al dosaggio utilizzato.

foto 5a. BTX assorbita dalla terminazione nervosa
foto 5b. inattivazione della terminazione nervosa

Trattamento con tossina botulinica: quando, come e perchè ?

La BTX utilizzata per fini medici, e non estetici, è un farmaco classificato in fascia H. Questo significa che non può essere acquistato dal paziente in farmacia, nemmeno su prescrizione del medico, ma che può essere somministrato solo in un Ospedale o in Clinica, da uno specialista autorizzato.

Il farmaco, piuttosto costoso, può essere totalmente rimborsato dal SSN se utilizzato ambulatorialmente per le patologie indicate dal Ministero della Salute. Dal 1979, momento della prima approvazione ufficiale per l’utilizzo della BTX in ambito clinico da parte della Food and Drug Administration, sono state segnalate più di 50 possibili indicazioni. A tutt’oggi, solo una minima parte di esse hanno ricevuto l’approvazione del Ministero della Salute ed il conseguente inserimento nel foglietto illustrativo e vengono definite, quindi, autorizzate o “label”. Le indicazioni autorizzate sono quelle per cui la BTX viene rimborsata dal SSN: blefarospasmo, strabismo e spasmo emifacciale, distonia cervicale, piede spastico in pazienti pediatrici con Paralisi Cerebrale Infantile e spasticità dell’arto superiore e inferiore dell’adulto colpito da ictus, iperidrosi ascellare.

Tutte le altre indicazioni per cui viene utilizzata la BTX vengono definite non autorizzate o “off label”, in quanto non (ancora) approvate dal Ministero. In questi casi, il costo della BTX è a carico del paziente  oppure a carico di un programma di ricerca o, ancora, il farmaco viene utilizzato in regime di ricovero.

Vista la complessità del percorso decisionale che precede il trattamento con BTX, è bene rivolgersi ad un esperto del settore.

La maggior parte delle malattie che possono beneficiare del trattamento con BTX sono attualmente di pertinenza neurologica. Saranno quindi il medico di famiglia o il neurologo che, una volta fatta la diagnosi appropriata, indirizzeranno il paziente ad un esperto nel trattamento con BTX.

Sarà quest’ultimo, quindi, a verificare l’appropriatezza dell’indicazione al trattamento e a spiegare al paziente i pro e i contro della procedura.

In conclusione…….

La storia della tossina botulinica è sicuramente avvincente: creata dalla natura come potente arma di difesa di un piccolo battere, è diventata per l’uomo un mortale veleno, per poi essere trasformata, dall’uomo stesso, in un’arma letale per attaccare i suoi simili.

Fortunatamente siamo arrivati al lieto fine: oggi è conosciuta e usata soprattutto come farmaco, complicato e delicato ma efficace, indispensabile per diverse malattie, ma potenzialmente utile per molte  altre applicazioni di cui ancora non sappiamo…….

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Disturbi del movimento

La storia della tossina botulinica

Le prime notizie storiche della BTX sono legate al dr. Justinius Kerner che, nel 1793, cercando le cause di una intossicazione alimentare avvenuta durante un banchetto nuziale a Widbad, in Germania, identificò una sostanza da lui chiamata “wurstgift”, reperita in salsicce avariate. A quel tempo le salsicce erano prodotte riempiendo lo stomaco del maiale con carne e sangue, poi conservato in una stanza a temperatura ambiente, dopo bollitura in acqua.

Questo processo permetteva alle spore del battere di conservarsi e contaminare i cibi. E’ dal latino botulus, che significa salsiccia, che deriva il nome di botulismo, da allora definito Malattia di Kerner. Successivamente, nel 1897 il dr. van Ermengem isolò il battere responsabile del botulismo grazie all’analisi di una epidemia alimentare avvenuta a Ellezelles, in Belgio, dove gli intossicati avevano mangiato prosciutto crudo. Egli stabilì che il botulismo è una intossicazione, non un’infezione, provocata da una tossina prodotta da un battere anaerobio detto Clostridium Botulinum (Foto 3). Successivamente, altre epidemie alimentari riguardanti diversi tipi di alimenti (verdure in scatola, pesce, fegato) ed episodi di botulismo in animali (polli e altri volatili) hanno consentito di identificare diversi tipi di botulismo, provocati da diverse tossine botuliniche. Oggi è appurato che il Clostridium Botulinum, battere anaerobio sporulante, produce 7 esotossine, con sierotipo differente, indicate dalla A alla G.

In tempi più recenti e attualmente, la BTX è impiegata in ambito militare come arma batteriologica, essendo probabilmente tutt’ora considerata la più potente, da Cina, USA, URSS, Ira, Iraq, Corea del Nord e Siria. La dose di BTX cristallizzata in grado di uccidere, ad esempio, un uomo di 70 kg, è di 0.09-0.15 µg endovena o intramuscolo, 0.70-0.90 µg per via inalatoria e 70 µg per via orale. La dose terapeutica di BTX cristallizzata in 1 fiala è invece lo 0.3% della dose letale per via inalatoria e lo 0.005% della dose letale per via orale.

Quindi è bene ricordare che non sussiste alcun pericolo di vita quando ci si sottopone al trattamento con BTX, se eseguito da un medico esperto!

Durante la Seconda Guerra Mondiale, negli USA, sono state effettuate ricerche sotto stretto controllo militare per lo sviluppo di adeguate misure difensive nei confronti delle armi batteriologiche, in particolare contro la più potente di tutte, cioè la BTX. Sull’onda di queste ricerche, nel 1949, alcuni medici statunitensi hanno scoperto l’esatto meccanismo d’azione della BTX, dando origine all’ipotesi che la BTX si potesse utilizzare come strumento terapeutico. Fu poi il dr Alan Scott, un oculista, che nel 1973 la utilizzò per primo nello strabismo degli animali da esperimento, e, otto anni più tardi, dell’uomo.

Nel 1979 la Food and Drug Administration, l’Ente americano che controlla e approva l’utilizzo delle medicine, ha autorizzato l’uso della BTXA in ambito clinico per la cura dello strabismo e nel 1989 ne è stato approvato l’uso per il blefarospasmo, una distonia focale. Da allora, la fama della BTX è prevalentemente legata al suo utilizzo clinico al punto che attualmente viene impiegata per il trattamento di almeno una cinquantina di patologie, tutte caratterizzate da un aumento patologico dell’attività del sistema nervoso che controlla la contrattilità muscolare e la secrezione ghiandolare.

Foto 4. Preparazione della BTX
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Disturbi del movimento

Tossina botulinica, un veleno che può curare.

La tossina botulinica (BTX) è un farmaco di grande attualità, spesso citato a proposito delle più diverse indicazioni, sia da riviste scientifiche che dai mezzi di informazione divulgativi.

Ciò che pochi conoscono, però, è la particolare storia di quello che oggi è considerato un farmaco a tutti gli effetti, ma che non è sempre stato tale, dovendo una più “triste” fama al suo impiego come arma batteriologica o al fatto di essere un potente veleno (Foto 1).


Foto 1. Anatre colpite da botulismo.

La Tossina Botulinica è attualmente il farmaco di prima scelta per la terapia di diverse malattie, appartenenti soprattutto ai  disturbi del movimento, cioè le distonie e la spasticità.

Le distonie focali (blefarospasmo, distonia cervicale, distonie occupazionali, disfonia spasmodica) e l’emispasmo facciale sono patologie caratterizzate dalla contrazione involontaria di alcuni muscoli, che provocano una postura o un movimento anomalo di una parte del corpo, tipicamente, il volto (Foto 2), il collo, le corde vocali o un arto.


Foto 2. Donna con Blefarospasmo

La spasticità è una sindrome caratterizzata dalla rigidità muscolare che compare in uno o più arti, esito di un ictus o di una emorragia cerebrale o di un’altra patologia del sistema nervoso centrale che controlla il sistema motorio (ad esempio la Sclerosi Multipla o una sofferenza del neonato prima, durante o dopo il parto).

Successivamente, la BTX è stata utilizzata anche per altre forme di aumentata contrazione o rigidità muscolare, presenti in altre patologie, come ad esempio alcune forme di parkinsonismo.

Un più recente utilizzo della BTX riguarda l’iperattività a livello ghiandolare. Un disturbo frequente e, spesso, disabilitante, è infatti l’iperidrosi focale, che consiste in una eccessiva sudorazione a livello delle mani, dei piedi e/o delle ascelle. La maggior parte delle volte, questa condizione non ha una causa identificabile e quindi curabile, e, fino a poco tempo fa, non aveva una cura sicura ed efficace. E’ stato provato in molti studi che la BTX è efficace nel ridurre l’iperidrosi focale, quando iniettata sotto il derma della zona che presenta una eccessiva produzione di sudore.

Con lo stesso meccanismo, la BTX è efficace, quando infiltrata nelle ghiandole salivari, nel ridurre l’eccessiva salivazione, o scialorrea, sintomo tipico di patologie come i parkinsonismi, la Sclerosi Laterale Amiotrofica, la Sclerosi Multipla o altre dove vi sia una disfagia con conseguente eccessiva presenza di saliva in cavo orale.

Sono attualmente in corso delle sperimentazioni cliniche sull’utilizzo della BTX nella terapia del dolore, in particolare della cefalea, dell’emicrania e della sindrome miofasciale. In queste patologie, accanto all’effetto della BTX sulla contrattura muscolare, si vuole approfondire il suo probabile effetto sul sistema sensitivo e nocicettivo, in particolare.

Di provata efficacia, sebbene ancora di limitata diffusione, è l’utilizzo della BTX in pazienti con esiti stabilizzati di paralisi periferica del nervo facciale. Questo diffuso disturbo è dovuto ad una sofferenza di un nervo facciale, con conseguente riduzione dell’attività muscolare dei muscoli del volto innervati dal nervo colpito. La maggior parte delle volte il nervo riprende, con il tempo, la sua normale attività e la situazione torna alla (quasi) normalità. Alcune volte, invece, il danno al nervo è stato tale da non permettere un ritorno alla condizione normale, ed il paziente rimane con una parte della muscolatura del volto poco efficiente ed un aspetto asimmetrico del viso. In questi casi è possibile ricorrere alla chirurgia plastica, oppure tentare di ristabilire il più possibile la simmetria del volto trattando la metà “sana” con piccole dose di BTX.

Con lo stesso meccanismo d’azione che la rende efficace nel ridurre l’eccessiva contrazione muscolare, la BTX risulta utile nel trattamento delle rughe d’espressione, soprattutto a livello frontale.

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Epigenetica

Demenza frontotemporale: nuove prospettive dall’epigenetica

L’epigenetica, che esplora come le condizioni ambientali possono agire sul genoma, è la nuova strada per curare i pazienti con demenza. Lo confermano due ricerche pubblicate sulle riviste internazionali Human Molecular Genetics e Acta Neuropathologica sui meccanismi epigenetici nei pazienti con demenza frontotemporale. Vi hanno lavorato alcuni ricercatori italiani tra cui il gruppo coordinato da Lorenzo Pinessi e Innocenzo Rainero del Dipartimento di Neuroscienze e delle Molinette di Torino.

 Il nuovo studio è stato condotto su un’ampia casistica di pazienti affetti da demenza frontotemporale (FTD). Nel 2011 è stato isolato un gene, il C9orf72, le cui espansioni risultano essere oggi la causa più frequente di FTD familiare. Studiando la metilazione del DNA, ovvero le mutazioni epigenetiche, nei pazienti con demenza frontotemporale, associata ad espansione di C9orf72, il gruppo di ricerca italo-canadese ha dimostrato che tale metilazione è significativamente più elevata nei pazienti con espansione sia nelle regioni adiacenti che all’interno della stessa espansione del DNA. Questi sono i primi studi a dimostrare il ruolo dei meccanismi epigenetici nella demenza frontotemporale e risultati analoghi sono stati anche dimostrati nei pazienti affetti da SLA – sclerosi laterale amiotrofica.

 Questi studi supportano la convinzione ormai diffusa che le mutazioni geniche siano certamente importanti nello sviluppo delle malattie neurodegenerative ma, da sole, non spiegano tutti i complessi meccanismi che le caratterizzano. Inoltre, aprono nuove e stimolanti prospettive terapeutiche. La modulazione epigenetica delle demenze può essere, infatti, una nuova strategia per controllare l’evoluzione di queste devastanti malattie. È già in corso in alcuni modelli sperimentali di demenza (topi transgenici) la valutazione di diverse molecole che possono modulare i processi di metilazione, rallentando così le progressione di malattia. È possibile, pertanto, che queste sperimentazioni aprano finalmente la strada ad innovative strategie terapeutiche per le demenze.

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Epigenetica

Che cosa è l’Epigenetica

L’epigenetica, che esplora come le condizioni ambientali possono agire sul genoma, è la nuova strada per curare i pazienti con demenza. Questi studi supportano la convinzione ormai diffusa che le mutazioni geniche siano certamente importanti nello sviluppo delle malattie neurodegenerative ma, da sole, non spiegano tutti i complessi meccanismi che le caratterizzano. Inoltre, aprono nuove e stimolanti prospettive terapeutiche. La modulazione epigenetica delle demenze può essere, infatti, una nuova strategia per controllare l’evoluzione di queste devastanti malattie. È già in corso in alcuni modelli sperimentali di demenza (topi transgenici) la valutazione di diverse molecole che possono modulare i processi di metilazione, rallentando così le progressione di malattia. È possibile, pertanto, che queste sperimentazioni aprano finalmente la strada ad innovative strategie terapeutiche per le demenze.

Tra gli “addetti ai lavori”, il termine “epigenetica” ha assunto negli ultimi anni un significato sempre più importante. Conrad Waddington nel 1942 conia il termine “epigenetica”, definendola come “la branca della biologia che studia le interazioni causali fra i geni e il loro prodotto e pone in essere il fenotipo”. A guardar bene è possibile trovare le origini concettuali dell’epigenetica già in Aristotele, che credeva nell’epigenesi, cioè nello sviluppo di singole forme organiche a partire dall’inorganico.

Si intende per epigenetica una qualunque attività di regolazione dei geni attraverso processi chimici che non comportino cambiamenti nel codice del DNA, ma possono modificare il fenotipo dell’individuo o della progenie. Questi fenomeni epigenetici alterano l’accessibilità fisica al genoma da parte di complessi molecolari deputati all’espressione genica e quindi alterano il funzionamento dei geni. A oggi l’epigenetica viene definita come “lo studio delle modifiche ereditabili nella funzione del genoma che si verificano senza cambiamenti della sequenza di DNA”.

Diamo voce ad alcuni scienziati:

“In un nucleo di pochi micrometri sono contenuti circa 2 metri di DNA. Stiamo cercando di capire i meccanismi di accesso al DNA, considerando il ridotto volume del nucleo” Gunter Reuter (Halle, Germania)

“Dalla gestione delle informazioni nel nucleo deduciamo che determinate informazioni genetiche sono strettamente condensate nel genoma. Alcune devono essere sempre attive, come i geni housekeeping, quindi in epigenetica le informazioni vengono sempre gestite come a casa: quelle necessarie non le riponiamo, mentre le vecchie pagelle della scuola le teniamo in una scatola in soffitta” Peter Becker (Monaco).

“La differenza tra genetica ed epigenetica può essere paragonata alla differenza che passa fra leggere e scrivere un libro. Una volta scritto il libro, il testo (i geni o le informazioni memorizzate nel DNA) sarà identico in tutte le copie distribuite al pubblico. Ogni lettore potrà tuttavia interpretare la trama in modo leggermente diverso, provare emozioni diverse e attendersi sviluppi diversi man mano che affronta i vari capitoli. Analogamente l’epigenetica permette interpretazioni diverse di un modello fisso (il libro o il codice genetico) e può dare luogo a diverse letture, a seconda delle condizioni variabili con cui il modello viene interrogato” Thomas Jenuwein.

Per capire meglio cosa sia effettivamente l’epigenetica, pensiamo al programma genetico come una sorta di spartito musicale molto complesso. Senza un’orchestra di cellule (i musicisti) e di fattori epigenetici (gli strumenti musicali), non verrebbe prodotta alcuna musica.

I recenti progressi della scienza stanno permettendo di capire chi sia ad interpretare il nostro “spartito” genetico; sembra che l’interpretazione possa cambiare da una generazione all’altra senza che avvenga alcun cambiamento nel DNA. Le modificazioni epigenetiche regolano quindi l’interpretazione dell’informazione genetica.

A causa della loro potenzialità nell’alterare i pattern di espressione genica, queste modifiche giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo e nelle malattie. Ma quali sono i fattori epigenetici? Oltre all’arrangiamento spaziale del DNA (ad esempio l’avvolgimento intorno agli istoni nel formare la cromatina)

ci sono le modificazioni biochimiche come la metilazione e l’acetilazione. Il genoma umano è formato da circa 30000 geni. Il nostro meraviglioso spartito, come ogni pezzo musicale avrà necessità di momenti di silenzio.

Lo sviluppo di ogni singola cellula è governato dal silenziamento selettivo di geni. Il silenziamento è il risultato di fattori epigenetici. La metilazione ha un ruolo fondamentale; l’aggiunta di gruppi metile ad un gene acceso lo spegne. I diversi pattern di metilazione regolano quindi l’accensione e lo spegnimento genico. E’ chiaro che un errore nella metilazione del DNA determina un cambiamento nell’organizzazione spaziale della cromatina e questo a sua volta determina pericolose “stonature”; situazione di ipo- o iper- metilazione possono portare rispettivamente all’accensione di geni potenzialmente dannosi o allo spegnimento di geni che agiscono come oncosoppressori o nei meccanismi di riparo del DNA.

Epimutazioni di questo tipo sono state identificate i molti tipi di tumori.

L’epigenetica permette anche di capire come il materiale genetico si adatti ai cambiamenti stagionali. E’ stato visto infatti che le piante sono in grado di memorizzare i cambiamenti stagionali. In alcuni tipi di piante, alcuni esperimenti hanno dimostrati che l’esposizione al freddo durante la stagione invernale determina dei cambiamenti nella cromatina che portano al silenziamento dei geni della fioritura. All’arrivo della primavera (e quindi delle condizioni migliori per la riproduzione) i geni vengono riattivati. L’ambiente può anche provocare cambiamenti epigenetici i cui effetti sono visibili sulle generazioni future. Nei topi il colore del pelo (che dipende dal grado di metilazionde del gene agouti durante lo sviluppo embrionale) può variare ed esperimenti dimostrano che viene influenzato dalla dieta: supplementi nel cibo a base di acido folico o vitamina B12 (ricchi in gruppi metilici) orienteranno il colore del pelo in un senso più che nell’altro.

Sicuramente un livello di analisi molto interessante è rappresentato dai gemelli omozigoti; è noto che i gemelli omozigoti abbiano un identico corredo genetico; tuttavia mentre due gemelli possono essere identici geneticamente non lo saranno epigeneticamente. Questo è ben visibile se si considerano gli studi di gemelli omozigoti separati alla nascita ed allevati in condizioni differenti; la norma di reazione ci dice che ogni gene si esprime in funzione del suo ambiente; è ovvio quindi che i cambiamenti epigenetici in condizioni diverse non saranno gli stessi, benché il corredo genetico di partenza sia identico. Questo significa che sotto condizioni diverse, il ”comportamento genico” di due gemelli omozigoti potrebbe non essere lo stesso.

Facciamo un esempio: due gemelli geneticamente predisposti ad una malattia come il diabete di tipo II (ad insorgenza tardiva), potranno o non sviluppare entrambi la malattia. In diversi studi sono stati però osservati casi in cui uno dei gemelli sviluppa la malattia e l’altro no; è ovvio che in tal caso saranno entrati in gioco dei fattori epigenetici che hanno determinato l’insorgenza della malattia in uno e non nell’altro. In futuro, la comprensione in toto dei meccanismi alla base di tali cambiamenti, permetterà di fare dell’epigenetica uno strumento di prevenzione nonché di cura.

“…viene voglia di chiedersi se questo nastro attorcigliato di zuccheri e basi puriniche e pirimidiniche non sia, effettivamente, Dio”

© Maria Cristina Onorati

Glossario

Cromatina: rappresenta la forma in cui gli acidi nucleici si trovano nel nucleo di una cellula eucariotica Metilazione: processo che consiste nel legame di un gruppo metile (-CH3) ad una base azotata

Acetilazione: processo che consiste nel legame di un gruppo acetile ( CH3 (C=O)-)

Gene housekeeping: gene coinvolto in funzioni basilari necessarie per il sostentamento della cellula. I geni housekeeping sono espressi costitutivamente

Oncossoppressore: gene che se poco espresso o silente, può determinare le condizioni favorevoli all’insorgenza del cancro.

Epimutazione: consiste in una alterazione dei normali meccanismi epigenitici

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Demenze

I mondi possibili

Questo articolo spiega cosa sono i mondi possibili ed anche in che modo questo concetto possa essere utile a coloro che assistono le persone affette da demenza.

I mondi possibili

Che cos’è un mondo? Che cosa sono i mondi?

Un mondo è un insieme di oggetti, dotati di proprietà e di relazioni che li connettono gli uni con gli altri: proprietà e relazioni che obbediscono a regole e leggi proprie del mondo in questione. In virtù delle leggi proprie di ogni mondo, alcuni mondi sono accessibili da altri mondi, se le reciproche leggi sono compatibili, mentre sono inaccessibili se le rispettive leggi sono incompatibili. Quando un mondo A è accessibile da un mondo B, diciamo che, per B, A è un mondo possibile.

Una delle caratteristiche più importanti che differenzia l’ Homo Sapiens, non solo dagli animali ma anche dalle altri tipologie umane della preisoria (in particolare dai nostri predecessori più vicini come l’ Homo Neandertalensis) è proprio quella di essere in grado di immaginare altri mondi possibili. Le espressioni artistiche che accompagnagno la nostra storia (pittura, scultura, poesia e musica) ne sono la prova più evidente. E’ anche probabile che questa caratteristica abbia giocato una parte fondamentale nel favorire la nostra capacità di adattamento alle condizioni ambientali più dure permettendoci di diventare la specie dominante nel nostro pianeta.  

Le parole ed i mondi possibili

La nozione di mondo possibile ha anche un solido fondamento intuitivo. Il pensare consiste, in larga misura, nel fare ipotesi, e il fare ipotesi implica la costruzione di mondi alternativi al nostro mondo attuale, di mondi del desiderio o dell’orrore in cui mettiamo le immagini di come il mondo potrebbe essere, indipendentemente da com’è. In particolare noi applichiamo la semantica dei mondi possibili agli enunciati che contengono verbi come “credere”, “sapere”, “dubitare”, “temere”, “sperare”. Sono verbi che, nella logica linguistica, introducono atteggiamenti proposizionali differenti che ci dicono l’orientamento del parlante nei confronti dei contenuti proposizionali, espressi dalla frase oggettiva che li completa. “Credo che il Milan passerà il turno alla Champions League”.

La semantica dei mondi possibili si applica anche ai condizionali contro-fattuali. “Se gli uomini nascessero senza orecchie, le fabbriche di cappelli fallirebbero.” “Se Venezia fosse al Polo Nord, le gondole avrebbero i pattini.” Questi enunciati si chiamano contro-fattuali perché l’uso del congiuntivo suggerisce che la situazione descritta nell’antecedente (gli uomini che nascono senza orecchie e Venezia costruita al Polo Nord) è contraria al modo in cui le cose stanno. È falsa nel mondo attuale. Chiunque asserisce una cosa del genere si sbaglia, dice il falso.

Ebbene, l’uso dei mondi possibili consente di evitare giudizi di valore e di verità: afferma infatti che la situazione presentata nell’antecedente, descrive uno stato di cose in mondi possibili, dove Venezia è al Polo Nord, dove tutti gli uomini nascono senza orecchie. Come vedete, ci siamo già immersi nei mondi possibili, anche se non abbiamo ancora definito che cosa sono precisamente, come tenteremo ora di fare.

 Il fenomeno dei salti da un mondo attuale ad altri mondi possibili

Si tratta del fenomeno che chiameremo dei “salti da un mondo a un altro mondo”, più precisamente dei “salti dal mondo attuale a un mondo possibile, o a più di un mondo possibile, a più mondi possibili”.

Un esempio di salto dal mondo attuale ai mondi possibili

Vediamo, intanto, ascoltiamo piuttosto, la trascrizione di alcuni turni verbali di una conversazione raccolta da Emanuela (psicologa) con Carlotta, il 5 marzo 2001, una paziente di oltre settant’anni, ospite di una residenza protetta, con diagnosi di probabile malattia di Alzheimer.

[…] 6. CARLOTTA: Preferito perché ho fatto tre gare e tre le ho vinte.

7. EMANUELA: Ha vinto tre gare.

7. CARLOTTA: Tre gare con il valzer.

8. EMANUELA: Il valzer quello, le piace il valzer viennese.

8. CARLOTTA: Quello lì normale che fanno, allora facevano le gare. Ci mettevamo là tutti in fila e man mano che toccava andava avanti sempre il primo e via e via e via, e poi arriviamo alle votazioni , io ero lì che tremavo.

9. EMANUELA: Chissà che emozione.

9. CARLOTTA: Ero emozionata sì, perché dicevo: “Mah, chissà se ci sarò dentro”, o seconda o terza, ho detto: “Penso di esserci”, e invece (batte le mani) la prima.

10. EMANUELA: E ha vinto qualcosa di bello?

10. CARLOTTA: Sì, mi hanno dato cinquantamila lire.

11. EMANUELA: Madonna mia.

11. CARLOTTA: Mi hanno dato cinquantamila lire, poi c’erano tre bottiglie, una di liquore e due di vino bianco e uno nero, poi c’era il panettone, e poi cosa c’era? Non mi ricordo neanche più. Insomma, è stata una bella serata, bellissima proprio, i miei figli m’han fatto gli onori, eh.

12. EMANUELA: Quindi una bellissima serata, un bellissimo premio.

12. CARLOTTA: Davvero e i miei figli tutti che mi lodavano proprio perché loro che eran più giovani non sono riusciti a fare quello che ho fatto io

L’apertura al mondo possibile consente il va e vieni dal mondo di una volta, circonfuso dalla luce incerta di un frammento di un ricordo, dove Carlotta ballava il valzer e vinceva premi, al tempo della sera precedente, dove Carlotta ha continuato a ballare il valzer e a vincere premi, sfidando l’invidia dei figli grandi, uscendo così, a tratti, dalla contingenza del mondo attuale di una signora un po’ in là con gli anni che vive nel silenzio e nell’ovatta di una tra le tante serate sempre uguali in una residenza per anziani.  Emanuela segue la sua interlocutrice nel mondo possibile aperto da Carlotta, condividendo il piacere da questa mostrato nella conversazione attuale.  

Perché il concetto di mondi possibili è importante per i caregiver delle persone affette da demenza.

Molti anni fa mentre cercavo di spiegare ad un gruppo di parenti in che modo possiamo utilizzare il concetto di mondi possibili con le persone affette da demenza una signora mi ha chiesto: “Ma allora dobbiamo dare loro sempre ragione come si fa con i matti?”. No, signora, non è questo che noi dobbiamo fare. Noi dobbiamo solo accettare quello che i malati sono ora.  Il salto nei mondi possibili ci permette di stare vicino a loro “dove sono in questo momento” rispettando, anche nelle situazioni più drammatiche,  la loro dignità di persona e valorizzando le abilità che hanno mantenuto.

E’ difficile andare nel mondo possibile di una persona affetta da demenza?

Dare ragione ai matti è la cosa più facile. Stare insieme ad una persona che ci è cara nel suo mondo possibile è molto difficile. E’ una cosa praticamente impossibile per un tempo lungo. Le conversazioni registrate durano in media 15/20 minuti. La necessità che noi abbiamo di sperare in mondi migliori è pari al terrore che abbiamo di non essere capaci di tornare indietro e di non essere perfettamente preparati per affrontare il mondo reale.

La paura

La persona affetta da Alzheimer che io guardo mi riempie di orrore perché quello sono io, adesso, non fra sei mesi o cinque anni; perché la persona che mi guarda senza riconoscermi è un possibile me, un io che non riconosce il suo me, un me che nemmeno scorge il suo io.

Alcuni consigli per conversare con le persone affette da demenza:

1. Non fare domande

2. Non correggere

3. Non interrompere, non completare le frasi

4. Ascoltare, rispettare il silenzio e la lentezza

5. Accompagnare con le parole, senza ingannare e senza giudicare:

                   o restituire il motivo narrativo

                   o fare eco

                   o cercare il Punto d’Incontro Felice

                   o partecipare parlando anche di sé

6. Rispondere alle domande

7. Comunicare anche con i gesti e il tono della voce

8. Riconoscere le emozioni (individuarle, denominarle, accettarle, legittimarle)

9. Rispondere alle richieste, accettare la contrattazione, prendere in seria

considerazione le scelte

10.Accettare che faccia quello che fa, così come lo fa

11.Accettare la malattia e le sue stranezze, riconoscere di aver bisogno di aiuto e lasciarsi aiutare

I mondi possibili
“Invitato da Giove a far visita alla figlia Pallade, il gran sacerdoteTeodoro fa il viaggio ad Atene. Gli si comanda di dormire nel tempio della dea. Sognando, si trova trasportato in un paese sconosciuto. V’era là un palazzo d’inconcepibile splendore e di grandezza immensa. La dea Pallade appare alla porta, circondata dai raggi di una maestà abbagliante, così grande e come sogliono vederla i celesti. La dea tocca il volto di Teodoro con un ramo d’olivo che tiene in mano: ed eccolo divenuto capace di sostenere i divini splendori della figlia di Giove, e di tutto ciò ch’ella deve mostrare. Giove, che ti ama, gli dice Pallade, ti ha raccomandato a me perché tu fossi istruito. Vedi qui il palazzo dei destini, di cui sono custode. Vi si trova rappresentato non soltanto ciò che avviene, ma anche tutto ciò che è possibile. E Giove, avendone fatto la rassegna prima che il mondo cominciasse a esistere, ordinò le possibilità in mondi, e scelse il migliore di tutti … Questi mondi sono tutti qui, vale a dire, in idea. Te ne mostrerò alcuni in cui troverai non già il medesimo Sesto che hai visto (questo non è possibile: egli porta sempre con sé ciò che sarà), ma Sesti che gli si avvicinano. Essi avranno tutto ciò che tu conosci già del vero Sesto, ma non tutto ciò che è già in lui, senza che egli se ne accorga; e neppure, di conseguenza, tutto ciò che gli dovrà in seguito accadere. Tu troverai, in un mondo, un Sesto molto felice e molto educato; in un altro, un Sesto contento della propria condizione mediocre; e Sesti di ogni genere, in un’infinità di modi. A questo punto la dea conduce Teodoro in uno degli appartamenti. Quando vi giunge, questo non è più un appartamento ma un mondo … Gli appartamenti erano disposti a piramide: a mano a mano che si saliva verso il vertice, diventavano sempre più belli e rappresentavano mondi migliori. La piramide aveva un vertice, ma non aveva basi: andava crescendo all’infinito. E questo perché, spiega la dea, tra un’infinità di mondi possibili vi è il migliore di tutti, altrimenti Dio non si sarebbe determinato a crearne neppure uno; ma non ve n’è nessuno che non ne abbia altri, meno perfetti, al di sotto di sé. Per questo la piramide scende sempre, all’infinito”

Questo articolo è stato scritto a partire dalle idee e con citazioni dai seguenti articoli dello psicoanalista conversazionalista Gianpaolo Lai:

http://www.psychomedia.it/cpat/articoli/37-lai.htm

Potete trovare ulteriori informazioni su questo argomento sul sito del Gruppo Anchise e nei libri del collega Pietro Vigorelli:

http://www.gruppoanchise.it/

Luigi Giovanni Manfredi