Prima o poi tutti ci dimentichiamo dove abbiamo parcheggiato l’auto o di avere un appuntamento importante. Questo tipo di inconvenienti possono rappresentare soltanto un motivo di irritazione per i giovani ma negli individui più anziani spesso sono sorgente di ansia. Infatti la preoccupazione maggiore degli anziani è quella di perdere la capacità di ragionare in modo lucido.
Questa loro preoccupazione è quanto mai comprensibile. L’esordio sintomatico della malattia di Alzheimer è a carattere “insidioso”: i primi sintomi sono molto lievi, in genere collegati a minime modificazioni del carattere e appunto a disturbi della memoria. Questi sintomi sono difficili da riconoscere e da distinguere dalle normali disattenzioni di una persona anziana sana. Anche nel momento in cui si riconosce il carattere patologico di alcuni comportamenti non è semplice arrivare a una diagnosi sicura, in quanto alcuni sintomi sono comuni ad altre patologie. La difficoltà nel trovare la parola giusta può riflettere un disturbo del linguaggio oppure una mancanza di attenzione collegata ad una forma di depressione (specialmente se è il paziente stesso a riferire questo disturbo piuttosto che un membro della famiglia). Il deficit isolato della memoria non è comunque sufficiente per diagnosticare una demenza degenerativa. Infatti la demenza è generalmente definita come il progressivo declino di due o più funzioni cerebrali (parole, comprensione etc) sufficientemente grave da interferire con la capacità di relazionarsi alle necessità della vita quotidiana.
Quindi non c’è ragione di preoccuparsi se qualche volta ci si dimentica dove abbiamo lasciato le chiavi o gli occhiali: la maggioranza delle persone non vengono colpite dall’Alzheimer. Con tutto questo, al di sopra dei 60 è facile avere di questi lapsus momentanei e perdere un po’ la fluidità, vale a dire la rapidità del ragionamento e dell’elaborare efficientemente informazioni di tutti i generi. Il risultato di questo è un allungamento del tempo necessario per digerire materiale nuovo, quale, per esempio, nomi nuovi o informazioni un po’ complicate. A parte questo è più facile perdere il filo del discorso quando si viene distratti ed è più difficile fare più di una cosa alla volta, cosa che rende difficile agli anziani spiegarsi come gli adolescenti possono prepararsi a un esame e guardare la televisione o ascoltare musica allo stesso tempo.
I meccanismi della memoria
D’ altra parte la nostra organizzazione del lavoro pretende un continuo aggiornamento per utilizzare al meglio tecnologie computerizzate che rendono necessario un utilizzo sempre più sofisticato della memoria. Inoltre il continuo aumento della popolazione anziana che presenta problemi di memoria determina la necessità di comprendere meglio che cosa sia in realtà la memoria. Molte sono infatti le condizioni che possono interferire con le funzioni mnesiche.
Dobbiamo prima di tutto cercare di spiegare come viene oggi rappresentato il complesso processo, in gran parte ancora misterioso, che chiamiamo memorizzazione. Ci sono tanti modi per definire la memoria, anzi i diversi tipi di memoria: una definizione generale può essere quella secondo cui la memoria è la capacità del nostro cervello di registrare informazioni che lasciano una traccia più o meno duratura e di recuperarle. Questa traccia implica modifiche che alterano il nostro modo di agire e pensare in modo conscio o inconscio. L’encefalo, in conclusione, non memorizza i dati come fossero una fotografia, ma attraverso associazioni. Ogni informazione è ripartita attraverso un intero complesso di cellule della memoria. Se si richiama alla memoria un dato è sufficiente presentare una piccola parte del modello (una associazione) e l’intero modello viene ricostruito. Si è constatato che se parti dell’encefalo vengono distrutte da un ictus, non vengono cancellate informazioni specifiche memorizzate. Non esistono cioè delle zone dove vengono memorizzati singoli dati, come in un disco fisso di un computer ma è l’ intero cervello che viene attivato nel processo di memorizzazione.
La “memoria sensitiva” trattiene per pochi attimi le informazioni che provengono dagli organi di senso, scartandone il 75%. Del rimanente 25% solo meno dell’ 1% viene selezionato nell’area del linguaggio e immagazzinato nella “memoria primaria“, (memoria a breve termine), il deposito più limitato dell’encefalo.
L’encefalo è in grado di astrarre impressioni figurate, verbalizzare quanto appreso e associarlo con informazioni precedenti. Maggiori sono le possibili associazioni e più è facile che quanto appreso sia ricordato per tempi più lunghi. Le informazioni sono trattenute nella memoria primaria per un periodo variabile tra pochi secondi e alcuni minuti. La trasmissione di un’informazione della memoria primaria a quella secondaria è un processo delicato.
La memoria può essere di breve durata o permanere per anni e anni: la memoria a breve termine, o memoria di lavoro, è una sorta di lista della spesa che viene dimenticata non appena ne abbiamo fatto uso. La memoria a lungo termine si basa su modifiche durature delle trame nervose: ad esempio, sulla produzione di nuovi contatti (sinapsi) tra neuroni o sulla ristrutturazione di una rete nervosa che si trova ad assumere una nuova conformazione. In questo modo le memorie a breve termine vengono consolidate in memorie permanenti, memorie in cui le esperienze vengono codificate in modo duraturo.
In condizioni normali la memoria di lavoro decade rapidamente e in genere, se non si tratta di un’esperienza significativa, essa non si trasforma in memoria a lungo termine, cioè non viene consolidata. Se invece l’esperienza è significativa o ci riproponiamo di memorizzarla nella nostra mente (ad esempio un nuovo numero telefonico) essa va incontro al cosiddetto consolidamento. Il consolidamento della memoria può essere turbato da esperienze che si verificano dopo l’esperienza originaria: questo tipo di interferenza si chiama interferenza retroattiva. Immaginiamo ad esempio di mostrare a una persona un cartoncino su cui siano scritte le lettere SLT è di chiederle di ricordare le tre lettere a distanza di tempo, ad esempio dopo 3 oppure 6, 9, 12 o 15 secondi dalla loro presentazione: nell’intervallo questa persona deve contare alla rovescia per due (20,18,16,14 ecc.). In questo modo si ottiene una curva di oblio che dipende dall’interferenza retroattiva: il ricordo diminuisce man mano che aumenta l’intervallo di tempo tra la presentazione delle 3 lettere (o di qualsiasi altro materiale) e la rievocazione.
Proprio questa suddivisione generale del processo di memorizzazione in memoria a breve termine e memoria a lungo termina ha consentito lo sviluppo in questi ultimi anni di una conoscenza più specifica e di una migliore classificazione. Questi cambiamenti risultano dagli studi di pazienti con lesioni cerebrali focali, da esperimenti sugli animali dall’ utilizzo di nuove tecnologie come la tomografia ad emissione di positroni, la risonanza magnetica funzionale ed i potenziali cognitivi evento correlati.
Luigi Giovanni Manfredi